Esplosione dei dati e sostenibilità, vinceremo la battaglia?

Impegnarsi per i data center sostenibili è non solo possibile, ma necessario. I centri di elaborazione dati continuano a ingrandirsi per sostenere l’aumento del traffico Web, i servizi di cloud computing e la generazione di contenuti (multimediali, soprattutto) destinati agli utenti o da loro prodotti. Come è ovvio, più cresce la loro attività, più aumentano lo spazio occupato e l’energia necessaria per alimentarli e raffreddarli. Uno studio di JLL, “Sustainability in the European Data Center Score”, evidenzia le dimensioni del fenomeno stimando che nel 2025 la quantità di dati generata quotidianamente su scala mondiale raggiungerà i 463 exabyte. Nello stesso anno si conteranno oltre 150 miliardi di dispositivi connessi, secondo Idc, e la cosiddetta datasphere (cioè l’insieme di tutti i dati esistenti, creati fino a quel momento) passerà dagli attuali 60-60 zettabyte agli attesi 175 ZB.

Intelligenza artificiale, robotica avanzata, cloud computing, Big Data, dispositivi smart, edifici smart, città smart e applicazioni 5G contribuiranno all’esplosione, continuando a trasformare il modo in cui le persone vivono, lavorano e interagiscono. Certo, esistono una parte del mondo più digitalizzata e una che (per scelta o condizione imposta) ancora vive offline o quasi. Ma il processo di digitalizzazione delle nostre vite, in varia misura, coinvolge tutto il Pianeta. Entro il 2030, si legge nel report, tra chi ha più di sei anni nove persone su dieci utilizzeranno abitualmente tecnologie digitali. 

Già oggi, nel 2021, secondo le stime di Techjury ogni giorno realizziamo 5 miliardi di ricerche Web, ci scambiamo 306 miliardi di email e 65 miliardi di messaggi su Whatsapp, condividiamo 3 miliardi di fotografie e consumiamo 5 miliardi di ore di video di YouTube. Nello studio di JLL si legge anche che entro la fine di quest’anno nel mondo si conteranno circa 7,2 milioni di data center in attività, meno degli 8,4 milioni del 2020. Ma questo dato non deve ingannare: la migrazione in cloud sta spingendo alcune aziende a dismettere o ridimensionare le sale macchine on-premise. Anche se numericamente inferiori, i data center attivi quest’anno assommano una capacità di calcolo e di archiviazione ben maggiore di quella del 2020. In sintesi, il numero cala ma il footprint aumenta.

Server di data center

Data center sostenibili: obiettivo “emissioni zero”

Il peso crescente della digitalizzazione ha ovvie ripercussioni sul cosiddetto footprint, l’impronta, l’impatto calcolato in termini di hardware prodotto, di spazio occupato materialmente, di emissioni di gas serra dirette e indirette (pensiamo anche alle attività di logistica e alla supply chain dell’hardware). Fortunatamente, e non da oggi, i fornitori di servizi di hosting, colocation e cloud e le grandi media company mondiali si stanno impegnando per ridurre il proprio impatto ambientale, sia migliorando gli indici di efficienza PUE delle loro infrastrutture sia adottando energie rinnovabili come il fotovoltaico, l’idroelettrico e l’eolico. A queste attività si affiancano anche politiche di riciclo, economia circolare e riduzione degli sprechi d’acqua.

L’Europa ha recentemente premuto l’acceleratore sulla corsa alla sostenibilità, sia all’interno della cornice del Green Deal sia con il nuovo programma Horizon Europe sia con iniziative non solo istituzionali ma anche industriali. Ne è esempio il “Patto per la neutralità climatica dei data center” lanciato all’inizio di quest’anno, che impegna Amazon Web Services (Aws), Google, Aruba, Ovhcloud e altri operatori del settore a raggiungere entro il 2030 l’obiettivo delle emissioni zero. Tra i big, anche Apple e Facebook hanno dichiarato di voler raggiungere il pareggio tra emissioni prodotte e smaltite entro il 2030, mentre Microsoft punta addirittura a essere “carbon negative”.

A questi progetti si affiancano i piani di responsabilità sociale delle singole aziende, nei quali l’impegno ecologista ha un peso crescente. Un recente sondaggio eseguito da S&P su 825 operatori di data center multitenant ha evidenziato che il 43% di essi ha un progetto di miglioramento della sostenibilità degli impianti. Appena il 3% ha dichiarato che, tra i propri clienti, nessuno o quasi nessuno presta attenzione agli impegni di miglioramento dell’efficienza e della sostenibilità, dichiarati all’interno dei contratti di fornitura.

Cinque strategie per i data center sostenibili: efficienza energetica; fonti rinnovabili; economia circolare; sistemi energetici circolari; riduzione degli sprechi d'acqua.
Le cinque strategie del “Patto per la neutralità climatica dei data center”

Data center sostenibili e modello circolare

Basterà tutto questo? Uno studio pubblicato l’anno scorso dalla rivista Science sosteneva che, indicativamente, al settore dei data center si deve l’1% dei consumi mondiali di elettricità. La buona notizia è che negli anni l’efficienza delle infrastrutture di gestione dati è migliorata a tal punto da controbilanciare il boom dei dati e dei workload. Il consumo di elettricità, infatti, nel settore è raddoppiato tra il 2000 e il 2005, per poi aumentare del 56% tra il 2005 e il 2010 e soltanto dell’8% tra il 2010 e il 2018. Queste stime suggeriscono un cauto ottimismo, ma altre vanno in direzione opposta. 

Nei calcoli della Commissione Europea, l’industria dei data center assorbiva nel 2018 il 2,7% dei consumi mondiali di elettricità e senza un’adeguata strategia di contrattacco nel 2030 la percentuale salirà al 3,2%. Questa strategia, come si diceva, è riassunta nel “Patto per la neutralità climatica dei data center” e si compone di cinque missioni: efficienza energetica, con il miglioramento continuo dell’indice PUE (Power Usage Effectiveness); uso delle fonti rinnovabili, anche autoprodotte (per esempio, con gli impianti fotovoltaici ed eolici di proprietà di Amazon, Apple, Microsoft); economia circolare (riparazione, riuso, riciclo dell’hardware); riduzione degli sprechi d’acqua all’interno degli impianti; sistemi energetici circolari (in cui per esempio il calore generato dai server venga riutilizzato all’interno del medesimo impianti). Al di là dei numeri e delle previsioni, questi sono alcuni dei capisaldi del futuro dell’Europa, e non soltanto per quanto riguarda l’industria dei data center. Come consumatori di dati e di servizi digitali, forse dovremmo sentirci coinvolti nell’impresa, anche se non ci chiamiamo Apple, Amazon o Google.

COME NASCE IL BLOG

DITE significa Donne, Innovazione e Transizione Ecologica: temi solo apparentemente distinti, e che si intrecceranno sempre di più in una futura società che voglia essere inclusiva, libera dai pregiudizi di genere, digitale e sostenibile. D’altra parte questi sono anche gli obiettivi al centro del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che vogliamo seguire e presidiare su queste pagine.

DITE è anche uno dei temi protagonisti del nostro evento Digital Italy, durante il quale un tavolo di lavoro sarà dedicato alle relazioni tra mondo femminile, innovazione e rivoluzione green.

Ma il dibattito proseguirà anche oltre il Digital Italy, qui su DITE, che (come il nome suggerisce) è anche un invito alla parola: in questo blog si raccontano e portano il loro punto di vista imprenditrici, rappresentanti delle istituzioni e donne appassionate di digitale. Continueremo a dare spazio alla discussione anche dopo il Digital Italy, sul blog e con un ebook che nascerà dalla selezione di alcuni articoli delle autrici di DITE.





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