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Quale sarà il futuro del lavoro?

 

Con un graduale (seppur lento) ritorno alla normalità, un tema sempre più dibattuto riguarda l’evoluzione del lavoro. Come noto, infatti, durante i mesi di lockdown (e, dunque, nella la fase più acuta dell’emergenza sanitaria) si è assistito ad un massiccio ricorso allo smart working, una tendenza che ha riguardato sia le aziende sia le organizzazioni pubbliche[1]. Il passaggio, forzato, aveva colto la maggior parte delle aziende ed organizzazioni (e i relativi dipendenti) del tutto impreparate ad affrontare un cambiamento di così vasta portata che, però, ha permesso una continuità operativa altrimenti impossibile ed evitato il blocco di numerose attività produttive oltre che l’erogazione di alcuni servizi pubblici essenziali.

Un esperimento improvviso, dunque, grazie a cui si è comunque riusciti (anche se non senza difficoltà) ad introdurre nuove modalità di svolgimento del lavoro, promuovendo quello che poi si sarebbe rivelato un forte cambio di paradigma; una trasformazione non priva di ostacoli ma con molti potenziali benefici.

In questo contesto bisogna chiedersi quale sarà l’evoluzione del lavoro e quali gli sviluppi futuri dello smart working, soprattutto se si considera che la regolamentazione al riguardo non è ancora del tutto definita e che in realtà, durante il lockdown, si è assistito al telelavoro (e cioè ad un trasferimento da remoto di ciò che prima veniva svolto in ufficio) più che a forme di smart working vero e proprio (basato sul raggiungimento di determinati obiettivi, indipendentemente da vincoli di tempo e spazio). Un passaggio, quest’ultimo, che richiederebbe innanzitutto un cambiamento culturale, oltre che l’individuazione di nuove modalità di rendicontazione e controllo.

Ad ogni modo, la propensione di aziende ed organizzazioni pubbliche sembrerebbe quella di proseguire, anche per il 2022, l’applicazione delle modalità di lavoro da remoto, seppur in misura inferiore rispetto al 2021. Secondo, infatti, la Digital Business Transformation Survey 2022[2] di The Innovation Group, anche per il 2022, viene prevista la presenza di smart workers in azienda. Tuttavia, per l’anno in corso, si attende (rispetto al 2021) l’aumento di chi prevede – in regime di smart working – una quota compresa tra il 20% e il 60% del totale della forza lavoro mentre diminuisce chi stima una quota di smart workers compresa tra l’80% e il 100% del totale della forza lavoro.

Fonte: TIG, 2022

Analizzando nel dettaglio la variazione tra il 2021 (caratterizzato dall’applicazione delle misure restrittive) e il 2022 (anno di parziali riaperture), si rileva come per la metà del campione, nel 2022, diminuisca la quota di dipendenti in smart working; contro il 12% che prevede un aumento e il 38% per cui non si verificheranno particolari cambiamenti. In particolare, tra chi prevede che nel 2022, rispetto al 2021, la quota di dipendenti in smart working rimarrà invariata, si rileva una discreta presenza di aziende che dichiarano di avere la quasi totalità dei dipendenti in smart working.

Fonte: TIG, 2022

In questo senso, dunque, è possibile rilevare la presenza di una parte del campione che prevede di confermare il forte ricorso allo smart working, anche una volta terminata la fase più acuta dell’emergenza e con il graduale ritorno alla normalità: si tratta principalmente di aziende operanti nell’ambito dei Servizi, Media e ICT che hanno indicato, tra le principali priorità per il 2022, una forte attenzione al change management e l’introduzione di nuove professionalità, a sostegno della volontà di introdurre in azienda forme di smart working più strutturato e supportate da adeguate attività interne. Va, tuttavia, specificato che si tratta di una quota (seppur non trascurabile) non preponderante del campione intervistato: in generale, si nota la tendenza a proseguire (anche se con minore intensità) il cambiamento iniziato gli scorsi anni senza, però, (almeno per il momento) la realizzazione di adeguate attività volte a formalizzarlo.

Il futuro del lavoro è smart: la parola al sociologo Domenico De Masi

«Oggi ci sono due tipologie di aziende: quelle più sveglie (che hanno saputo cogliere le opportunità dello smart working) e quelle pigre (che non hanno saputo approfittare di questa situazione)». Ad affermarlo è stato il sociologo Domenico De Masi nell’ intervento dal titolo “Ibrido, digitale, distribuito: il futuro del nostro lavoro” tenuto durante la web conference di The Innovation Group “COME GESTIRE IL “RITORNO AL LAVORO”? SMART WORKING E LAVORO IBRIDO”.

Per De Masi, infatti, lo smart working è in grado di apportare un contributo notevole alla società, rivitalizzando i quartieri, permettendo di «riunire la vita con il lavoro» e creando importanti benefici anche per l’ambiente (si pensi, ad esempio, alla riduzione degli spostamenti casa-lavoro).

«Lo smart working – ha proseguito De Masi – ha rivoluzionato il mercato edilizio, della ristorazione e in generale il mondo dei servizi: ciò porta ad una dislocazione del commercio e non ad una sua riduzione».

Promuovere modalità di lavoro agile permetterebbe, inoltre, di coniugare meglio il lavoro e la vita privata e imparare a gestire una vita «in cui il tempo di vita prevale sul tempo di lavoro», di passare da «un tipo di lavoro completamente separato dalla vita ad uno molto più umano». In questo modo i lavoratori imparerebbero ad apprendere che esiste «un tempo che coincide con il lavoro (con cui creiamo ricchezza), uno con lo studio (con cui creiamo conoscenza) ed uno con il gioco (con cui creiamo benessere psicologico)».

Perché ciò accada bisogna, tuttavia, superare una resistenza molto forte da parte dei capi del personale: è nel superamento di questa barriera che secondo De Masi nasce la differenza fra imprenditori e manager, i primi che hanno ben compreso, sin da subito, le opportunità dello smart working e i secondi che, invece, hanno temuto, con lo smart working, di perdere il controllo sui propri dipendenti.

Infine, lo smart working rende possibile il passaggio dal controllo alla motivazione, nonché dal lavoro esecutivo a quello creativo: affidando gradualmente il lavoro esecutivo alle macchine resta sempre più quello creativo. In questo modo ci si allontana dalla catena di montaggio, rendendo sempre più inutile il controllo e centrale l’aspetto motivazionale.

Un cambiamento epocale, dunque, che viene favorito ulteriormente dall’applicazione delle misure e degli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che, come ricordato dal sociologo, destina circa 50 miliardi alla trasformazione digitale, lasciando ampio spazio anche per la promozione di modalità di lavoro agile. Una grande opportunità da cogliere, nella consapevolezza che «chi non afferra i vantaggi del proprio tempo, del proprio tempo si prende solo gli svantaggi». 


[1] Per maggiori informazioni: https://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/04-12-2020/pa-ecco-i-numeri-del-monitoraggio-sullo-smart-working

[2] L’indagine è stata condotta a Febbraio 2022 su un campione di 213 aziende italiane appartenenti a diversi settori e di diverse dimensioni.

 

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