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War Tech Usa-Cina, “interminabile” duello tecnologico

N.  Settembre 2018
        

a cura di Carmen Camarca 
Analyst, The Innovation Group 

 

Lo scorso 6 luglio sono entrati in vigore i dazi statunitensi che riguarderanno prodotti cinesi dal valore di 34 miliardi di dollari e i contro-dazi equivalenti sui prodotti americani stabiliti dalla Repubblica popolare cinese: i dazi, pari al 25% dell’import, hanno colpito in totale 818 prodotti cinesi e oltre 700 americani, appartenenti principalmente al settore dell’hi-tech. Potrebbe essere solo l’inizio di un’escalation destinata a mutare profondamente il funzionamento e le dinamiche del mercato hi-tech. Il presidente Trump, infatti, subito dopo l’entrata in vigore delle misure ha affermato di voler colpire altri di beni cinesi per un valore di 200 miliardi dollari, con conseguente reazione della Cina che ha ribadito le sue intenzioni di rispondere colpo su colpo: la Repubblica Popolare ha applicato tariffe su merci statunitensi pari a 33,2 miliardi di dollari e ha minacciato di fare lo stesso su altri 13,9 miliardi di dollari.

Insomma, una vera e propria “guerra” che con ogni probabilità provocherà seri danni soprattutto alle multinazionali e ai consumatori, “innocenti”: le prime saranno costrette a incassare duri colpi e rivedere le proprie strategie commerciali, i secondi si ritroveranno ad avere a che fare con prodotti molto più cari.

L’applicazione dei dazi rappresenta, in realtà, soltanto una parte di quella che è stata definita la “più grande guerra commerciale della storia dell’economia”, una sorta di testa a testa tecnologico tra le due potenze mondiali più influenti al mondo e che attualmente sta coinvolgendo aziende del calibro di Apple, Samsung, Toshiba e Huawei.

Come già affermato, le prime sanzioni, che hanno colpito anche l’ Unione Europea e il Canada, includono oltre mille prodotti tecnologici (aerospazio, automobili, robotica, macchinari industriali, nuovi materiali); si tratta perlopiù di beni ad alto contenuto tecnologico, contemplati nel piano “Made in China 2025”, il programma adottato da Pechino nel 2015 con l’obiettivo di incrementare la quota di tecnologie sviluppate in Cina, rendendo il paese la prima potenza tecnologica mondiale e destinato, dunque, a scontrarsi con la visione dell’America first di Trump.

Al di là degli evidenti motivi politici ed economici che hanno condotto alla guerra commerciale, c’è chi ha ritenuto che dietro il war tech si nasconda, in realtà, lo “spettro” del 5G: Usa e Cina potrebbero, infatti, avere come obiettivo il dominio del “the next big thing”, il 5G appunto, che potrebbe essere un fattore importante per la strategia “America First” di Trump e per l’ambizione cinese di ottenere la leadership nell’ambito dell’intelligenza artificiale entro il 2030.

Gli effetti del war tech potrebbero essere dirompenti e potrebbero farsi risentire in tutto il mondo, colpendo anche mercati trasversali, come ad esempio, quello turistico: da Pechino, infatti, sono arrivate minacce di una possibile restrizione dei flussi turistici verso gli States, un business che attualmente vale 115 miliardi di dollari.

 

Il caso Zte

La prima “vittima” è stata la multinazionale cinese Zte, una delle quattro aziende di telecomunicazioni più importanti al mondo, che già durante l’amministrazione Obama era stata più volte accusata (e sanzionata) per aver venduto prodotti contenenti tecnologie americane all’Iran e alla Corea del Nord.

La multinazionale, rea di tradimento nei confronti dell’amministrazione Usa, lo scorso giugno aveva ricevuto un divieto americano che le aveva imposto di cessare le proprie attività sul territorio statunitense. La disputa sul commercio, che stava assumendo toni sempre più accesi tra Washington e Pechino ha avuto, poi, una parziale pausa con l’inizio di diversi colloqui tra le delegazioni dei due Paesi, che si sono conclusi con la rimozione da parte di Washington del primo divieto su Zte in cambio del pagamento di una multa di 1,3 miliardi di dollari al governo Usa e di modifiche al consiglio d’amministrazione e all’organizzazione della società, con l’ingresso di funzionari Usa per vigilare sul rispetto dell’intesa raggiunta.

Attualmente Zte ha ripreso la propria attività nel territorio statunitense, ma la disputa gli è costata cara: subito dopo la notizia del divieto USA è crollato il titolo in borsa della multinazionale, salvo poi risalire dopo la fine del divieto stasso. Tuttavia, anche il business italiano ha risentito delle decisioni statunitensi: Wind Tre, la compagnia di “riferimento” per Zte in Italia ha trasferito ad Ericsson alcune attività di modernizzazione della rete di accesso in Italia, cercando così di evitare eventuali conseguenze negative derivanti dal war tech.

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