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Lavoro ibrido e innovazioni IT tra i pensieri delle aziende

 

Dopo la corsa allo smart working degli anni scorsi, ora le imprese e la Pubblica Amministrazione italiane si spostano su altre priorità di trasformazione.

”Non siamo in economia di guerra”, ha appena dichiarato Mario Draghi al vertice UE di Versailles. Sicuramente le condizioni macro-economiche non sono quelle tipiche dei Paesi coinvolti direttamente nei conflitti, ma alcuni comparti industriali stanno sperimentando una situazione sconosciuta dai tempi della seconda guerra mondiale (a parte forse la parentesi dell’austerity del 1973, che però colpì soprattutto i cittadini).

La “tempesta perfetta”, termine giù utilizzato per la crisi dei chip di fine 2021, si è infatti ulteriormente rafforzata, con lo shortage delle materie prime, con l’impennata dei costi energetici (complessivamente un aumento del 1.500% dall’inizio del 2021) e con la guerra in Ucraina che ha dato la spinta finale a uno scenario che, economicamente parlando, per alcuni settori è da incubo nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Draghi.

Le industrie dei settori più energivori, non è un mistero, hanno ridotto o sospeso la produzione perché tenere “accesi” gli impianti risulta anti-economico. Alcuni gruppi alimentari sono in crisi per la carenza di grano proveniente dall’area interessata dal conflitto (o per situazioni di crisi lungo la filiera), l’automotive continua a soffrire lo shortage dei chip oltre che la diminuzione della domanda.

A riprova di questo momento di grande incertezza, l’Istat ha appena rilasciato gli ultimi dati sulla produzione industriale relativi a gennaio 2022, che se da una parte mostrano alcune isole felici (neanche a dirlo, il farmaceutico), nel complesso evidenziano un calo medio del 7,1% per la maggior parte dei settori del manifatturiero.

Che fine fa la sostenibilità?

In un contesto del genere, quale attenzione viene dedicata oggi alla sostenibilità, un tema decisamente in voga durante la pandemia ma che ora sembra passare in secondo piano anche nella politica energetica nazionale (si veda la riattivazione delle centrali a carbone per compensare la riduzione degli approvvigionamenti di gas)?

Contrariamente a quanto si possa pensare, la sostenibilità, che come sappiamo comprende aspetti molto diversi tra loro (dalla riduzione delle emissioni alla social responsability), ma un capitolo importantissimo, soprattutto per le industrie manifatturiere, è quello legato all’economia circolare. A sua volta quest’ultimo concetto comprende attività molto diverse, come il riciclo, la digitalizzazione del ciclo di vita del prodotto, la tracciabilità, l’ottimizzazione dell’utilizzo di energia e di materie prime. Se correttamente implementate, queste pratiche consentono, oltre che a migliorare le “green line” dei bilanci, anche di ottenere considerevoli tagli dei fabbisogni di materia ed energia, che possono rappresentare i due fattori chiave per aumentare la resilienza delle aziende in tempi come quello che stiamo vivendo.

Già i singoli principi dell’economia circolare applicati al manifatturiero sarebbero d’aiuto, ma guardando oltre, pratiche come il re-manufacturing (in alcuni settori come quello degli pneumatici attuate con successo da decenni, ma oggi potenzialmente più efficaci anche grazie al digitale) potrebbero diventare sistematiche e governate da una politica industriale nazionale, capace di rendere la nostra industria produttiva (seconda in Europa solo alla Germania) ancora più competitiva e resistente a crisi come quella attuale. Per arrivare a questo risultato, però, però bisogna ridisegnare intere filiere, come da anni sta facendo la Cina, ad esempio, collocando geograficamente negli stessi bacini imprese che possono “passarsi” gli scarti di produzione. Un processo lungo (soprattutto valutando la staticità e la burocrazia delle nostre organizzazioni) ma che andrebbe avviato senza indugi.

 

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