27.04.2026

L’epoca della “disruption” cronica e impossibile da schivare

Il Caffè Digitale

 

 L’intelligenza artificiale, ma anche il contesto economico, la politica, le guerre: fattori di perturbazione che fanno dell’incertezza l’unica certezza.

Anche i puristi della lingua italiana forse devono arrendersi a non tradurre il termine disruption, da qualche anno entrato nel lessico del settore informatico e non solo. C’è una polisemia racchiusa nel sostantivo e nel suo corrispondente aggettivo disruptive: c’è l’idea di una forza distruttiva ma anche radicalmente rinnovatrice o rivoluzionaria. Se questo tipo di narrazione ha raggiunto la popolarità mediatica in anni recenti, già nel 2015 un saggio del McKinsey Global Institute, No Ordinary Disruption: The Four Forces Breaking All the Trends, usava lo stesso lessico identificando quattro fattori di discontinuità destinati a plasmare il futuro: l’emergere di nuovi mercati energetici, l’invecchiamento della popolazione mondiale, l’accelerazione dei flussi di commercio, capitale, persone e dati, e non da ultimo l’impatto della tecnologia digitale sull’economia. Non semplici tendenze o fenomeni stagionali, ma mutazioni strutturali.

Se non è una “nuova era” (espressione che ricorre forse con un po’ troppa frequenza dei titoli giornalistici e nei report delle società di consulenza), siamo senz’altro in un’epoca peculiare, in cui l’informatica in tutte le sue forme, ormai anche miste alla dimensione fisica, non è più confinata o confinabile in alcun perimetro. La “disruption tecnologica” non è solo tecnologica, ma economica, sociale, sociologica, filosofica e addirittura identitaria (se pensiamo a come i social media hanno cambiato le nostre vite e la percezione del sé).

 

L’AI in uno scenario instabile
Non è un mistero quale sia oggi la nuova grande disruption globale in corso, dopo quelle scatenate dall’avvento di Internet, dal cloud computing e dalla pandemia di covid (con la conseguente, obbligata accelerazione digitale di porzioni della società). Il nuovo disruptor – distruttore e costruttore di futuro – è l’intelligenza artificiale: fulcro e motore di investimenti, ma anche pilastro della plutotecnocrazia dei grandi governi e dei colossi tecnologici come Alphabet, Amazon, Microsoft, Meta, Oracle. E nuovamente, più ancora dei social network, un disruptor identitario, che altera le relazioni sociali e il rapporto tra esseri umani e conoscenza.

Inevitabilmente, la società di consulenza AlixPartners ha inserito l’intelligenza artificiale nella settima edizione del suo studio “Disruption Index”, basato su 3.200 interviste ad amministratori delegati e dirigenti di aziende di 11 Paesi, Italia inclusa. C’è un dato schiacciante, che smentisce un po’ la favola in cui ci siamo cullati per qualche tempo: tra gli intervistati, il 95% ha detto di prevedere entro cinque anni riduzioni della forza lavoro legate all’adozione dell’AI. L’orizzonte temporale, se non altro, è parecchio ampio e nel frattempo altre forze distruttrici, al momento non immaginabili, potrebbero entrare in gioco. Ovviamente l’intelligenza artificiale potrà anche creare nuove opportunità e ruoli lavorativi, ma questa è un’altra storia. Tra i dirigenti italiani inclusi nel campione la quota di chi immagina riduzioni di organico è pari al 75%, segno del fatto che le nostre aziende sull’AI sono un po’ in ritardo rispetto allo scenario globale.  A conferma di ciò, solo per il 36% dei dirigenti italiani (contro il 52% di media globale) questa tecnologia ha già avuto un “forte impatto” sulla propria organizzazione.

Ci sono, certo, anche i grandi ottimisti, che prevedono non distruzioni ma costruzioni di valore. Citiamo, tra gli studi recenti, quello condotto da Teha Group per Microsoft Italia, in cui si stima che un’adozione pervasiva dell’AI possa aggiungere fino a 336 miliardi di euro all’anno al nostro PIL nazionale da qui al al 2040.

L’intelligenza artificiale, comunque, non è certo l’unica perturbazione con cui le aziende si confrontano. Ci sono le guerre, e in particolare i fronti aperti in Medio Oriente, tra Palestina, Israele, Iran e Libano. Come sottolineato anche da AlixPartners, ne derivano incertezze e impatti sull’economia, trasversalmente ai settori: probabili conseguenze sono aumento dei costi, inflazione, rialzo dei prezzi, ostacoli all’export e riduzione dei consumi. In particolare, secondo la società di consulenza, i settori più a rischio di impatti drammatici sono quello automobilistico, il retail, l’aerospaziale e la difesa. Ma con la recente escalation bellica in Medio Oriente ora è probabile ci saranno impatti rilevanti anche per energia e beni di consumo,  settori che fino a qualche mese registravano un “basso livello di disruption”, scrive AlixPartners.

 

Adattarsi alla “pressione strutturale”

Viviamo, secondo gli autori dell’indice, in una continua e persistente disruption, che è diventata allo stesso tempo la principale sfida affrontata dalle aziende e il primario motore (nel bene e nel male) dell’economia mondiale. Chi sta alla guida delle aziende è sotto pressione: il 40% dei Ceo delle grandi imprese ha detto di sentirsi “più ansioso nel proprio ruolo” rispetto a quanto non fosse un anno prima. Per il 72% degli amministratori delegati (il dato si fermava al 67% nella precedente edizione dell’indice) è sempre più difficile capire a quali forze dirompenti dare priorità, mentre il 51% dubita la che la propria azienda sappia reagire al contesto abbastanza rapidamente.

La pressione è strutturale e generalizzata anche perché le ondate di disruption sono frequenti e non permettono alle supply chain, ai prezzi, ai modelli di business di tornare alla normalità tra un evento dirompente e il successivo. Esistono, comunque, aziende capaci di una maggiore proattività e che hanno imparato a “gestire ordinariamente situazioni straordinarie”, scrive AlixPartners.

“Le ondate di disruption si susseguono ormai con frequenza e magnitudine tali da sovrapporsi: quelle nuove arrivano prima che l’incertezza derivante dalle precedenti sia normalizzata”, ha commentato Dario Duse, Italy country leader di AlixPartners. “L’imperativo per il business è quindi quello di cavalcare un mondo dove i cicli economici, l’influenza delle policies e la volatilità dei mercati sono disaccoppiate, e conta sempre di più la capacità di gestire ordinariamente lo straordinario. Agilità e capacità di discernimento sono essenziali. Per sostenere la crescita e imparare a gestire le ondate di disruption, serve creare anche allineamento nei team più senior. Le aziende che sapranno continuare a trasformare rapidamente modelli di business e supply chain, e padroneggiare l’utilizzo dell’AI non si limiteranno a difendere la propria posizione, ma potranno costruire un vantaggio competitivo duraturo in un contesto globale in continua evoluzione, sui fronti non prevedibili e coordinati”.

 

Valentina Bernocco
Conten Manager, TIG – The Innovation Group

 

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