25.06.2026

Per la Sovranità Digitale europea bisogna passare dalle parole ai fatti

Il Caffè Digitale

 

Le crescenti tensioni geopolitiche, la concentrazione del potere tecnologico nelle mani di poche aziende globali e l’emergere dell’intelligenza artificiale come fattore strategico stanno trasformando la sovranità digitale in una questione concreta di sicurezza economica, competitività e autonomia politica.

Le preoccupazioni non riguardano soltanto la protezione dei dati o la conformità normativa. In gioco c’è la capacità di governi, imprese e organizzazioni europee di mantenere il controllo delle infrastrutture digitali su cui si fondano servizi pubblici, processi industriali e attività economiche. Sempre più spesso, infatti, il tema della dipendenza tecnologica si intreccia con quello della sovranità politica.

 

Il rischio del “kill switch”

Ripercorriamo alcuni fatti che hanno reso evidente questa realtà:

  • In un’audizione davanti alla commissione del Senato francese il 10 giugno 2025, Microsoft ha ammesso sotto giuramento che le autorità statunitensi potrebbero accedere ai dati dell’UE. Ad Anton Carniaux, consulente legale di Microsoft Francia, è stato chiesto direttamente se potesse garantire sotto giuramento che i dati dei cittadini francesi archiviati nel cloud di Microsoft non sarebbero mai stati trasmessi alle autorità statunitensi senza l’approvazione delle autorità francesi. Carniaux ha risposto chiaramente: “Non, je ne peux pas le garantir”.
  • Nel maggio 2025, il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale (ICC), Karim Khan, ha perso l’accesso al proprio account di posta elettronica Microsoft a seguito delle sanzioni imposte dall’amministrazione USA. Il blocco dell’account è avvenuto dopo che l’amministrazione Trump ha emesso sanzioni contro i funzionari dell’ICC a seguito dei mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il Procuratore è stato costretto a passare al provider svizzero ProtonMail. A causa di questa dipendenza tecnologica, la Corte Penale Internazionale ha avviato una transizione per abbandonare Microsoft Office e passare a soluzioni europee open source.
  • Pochi mesi dopo, nel luglio 2025, Microsoft ha interrotto temporaneamente i servizi cloud e gli strumenti digitali di Nayara Energy (raffineria indiana parzialmente sostenuta dalla russa Rosneft) a causa delle sanzioni dell’Unione Europea. Dopo l’azione legale intentata da Nayara all’Alta Corte di Delhi, Microsoft ha ripristinato i servizi.
  • L’inizio del 2026 ha aggiunto ulteriori elementi di riflessione. Dopo una sanzione inflitta dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per il mancato rispetto delle normative italiane contro la pirateria online, il CEO e co-fondatore di Cloudflare Matthew Prince ventilò pubblicamente l’ipotesi di ridurre o interrompere investimenti e servizi nel nostro Paese. Al di là dell’esito del contenzioso, il caso ha evidenziato quanto possa essere forte il potere negoziale esercitato da pochi operatori globali nei confronti dei singoli Stati.
  • Ma è stato soprattutto il caso Anthropic, nel giugno 2026, a rappresentare uno spartiacque simbolico. A soli tre giorni dal lancio dei nuovi modelli di intelligenza artificiale Fable 5 e Mythos 5, l’azienda fu costretta a disabilitarli a seguito di una direttiva del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti relativa ai controlli sulle esportazioni. Non essendo possibile limitare l’accesso soltanto ad alcune categorie di utenti, Anthropic scelse di spegnere completamente i servizi.

Per la prima volta si è materializzato uno scenario che fino a poco tempo fa apparteneva alle analisi teoriche: il cosiddetto “kill switch“, ovvero la possibilità che un servizio digitale strategico, utilizzato da imprese e istituzioni di tutto il mondo, venga sospeso unilateralmente per decisione di un’autorità straniera. Al di là delle motivazioni legate alla sicurezza nazionale americana, il messaggio percepito in Europa è stato chiaro: quando una tecnologia critica è controllata altrove, anche la continuità operativa dipende dalle decisioni prese altrove.

La domanda che oggi devono porsi aziende e istituzioni europee è semplice: possiamo permetterci che infrastrutture, dati e capacità di elaborazione essenziali dipendano interamente da soggetti esterni al nostro perimetro politico e giuridico?

 

I segnali del cambiamento ci sono già

Nel campo dell’intelligenza artificiale cresce l’interesse verso modelli che possano essere gestiti autonomamente e distribuiti su infrastrutture controllate localmente. In questo contesto, Mistral AI rappresenta oggi il principale campione europeo dell’AI generativa: la società francese, che ha già raggiunto una valutazione miliardaria e ha ottenuto importanti contratti istituzionali, compresa la collaborazione con le forze armate francesi, dimostra che anche in Europa è possibile sviluppare tecnologie avanzate e competitive.

Anche l’Italia sta cercando di ritagliarsi un proprio spazio. Da Domyn, evoluzione di iGenius, ad Almawave con Velvet, fino ai progetti sviluppati dal mondo accademico e industriale nazionale, stanno emergendo iniziative che, pur con dimensioni inferiori rispetto ai colossi statunitensi, contribuiscono a costruire un ecosistema tecnologico europeo più autonomo.

Parallelamente, numerose organizzazioni stanno iniziando a ridurre la dipendenza dai grandi fornitori americani. Il Parlamento europeo ha adottato il motore di ricerca francese Qwant come soluzione predefinita sui propri dispositivi. In Francia migliaia di dipendenti pubblici utilizzano già LaSuite, una piattaforma open source sviluppata dal governo. Diverse amministrazioni locali nei Paesi Bassi, in Francia e in Germania stanno progressivamente abbandonando Microsoft Office e Google Workspace. Il governo olandese sta trasferendo il proprio codice da GitHub verso repository indipendenti, mentre altre organizzazioni stanno valutando alternative europee ai grandi servizi cloud internazionali.

Si tratta probabilmente soltanto della parte visibile di un fenomeno più ampio. Le politiche sempre più aggressive dell’amministrazione Trump nei confronti delle istituzioni internazionali e dell’Unione Europea hanno accelerato una tendenza che era già presente, ma che oggi sta assumendo una rilevanza strategica.

 

La vera domanda, tuttavia, è se tutto questo sarà sufficiente.

Il problema dell’Europa non è la mancanza di regolamentazione: è la mancanza di scala industriale. Il 3 giugno 2026 la Commissione Europea ha adottato una proposta di legge sullo sviluppo del cloud e dell’IA, il Cloud and AI Development Act (CADA), introducendo nuovi requisiti di sovranità per i fornitori cloud destinati al settore pubblico e ponendo l’obiettivo di triplicare la capacità europea dei data center entro i prossimi anni. È un passo importante, ma nessuna normativa può sostituire la presenza di un’industria forte, competitiva e in grado di innovare. Il paradosso è che l’Europa avrebbe le risorse necessarie per costruirla: ogni anno il continente genera livelli di risparmio superiori a quelli statunitensi, ma una parte significativa di questi capitali continua a finanziare l’innovazione d’oltreoceano anziché sostenere la crescita di campioni tecnologici europei.

 

Il vero nodo è culturale prima ancora che economico

Per troppo tempo l’Europa ha interiorizzato l’idea di essere inevitabilmente in ritardo rispetto agli Stati Uniti sul fronte dell’innovazione digitale. Eppure, gli esempi che dimostrano il contrario non mancano: dall’AI al cloud, dalla data governance al platform engineering, il continente dispone di competenze, ricerca e imprese capaci di competere. Ciò che spesso manca è la capacità di scalare rapidamente e di agire come un unico ecosistema.

La frammentazione continua a rappresentare uno dei principali ostacoli. È emblematico il caso del quantum computing: secondo le analisi del Politecnico di Milano, circa il 90% dei fondi pubblici europei destinati al settore viene gestito attraverso iniziative nazionali separate, mentre solo una minima parte è coordinata a livello comunitario. Nel frattempo, le aziende americane continuano a raccogliere capitali privati in misura nettamente superiore.

La sovranità digitale, quindi, non si costruisce soltanto con nuove leggi o con dichiarazioni di principio. Serve investire, acquistare, sviluppare e far crescere tecnologie europee. Comprare europeo non è una scelta ideologica: è una scelta economica e industriale, significa mantenere competenze, investimenti e capacità di innovazione all’interno del continente, alimentando un circolo virtuoso che genera nuova crescita, maggiore competitività e ulteriore innovazione. Ricordandoci che la dipendenza tecnologica non è più un rischio teorico: è una vulnerabilità concreta, e la sovranità digitale europea non può più restare soltanto uno slogan. È arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.

 

Elena Vaciago
Research manager, TIG – The Innovation Group

 

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