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INTERVISTA di Simona Macellari, Associate Partner, The Innovation Group a Vincenzo Patruno, Project Manager – Istat

Patruno

La tua intervista pubblicata sulla scorsa newsletter ha avuto molto successo. In tanti ci hanno scritto chiedendoci di approfondire con te alcune questioni che avevi sollevato. Dicevi che siamo un po’ tutti innovatori allo stesso modo in cui siamo tutti allenatori di calcio. L’innovazione invece andrebbe presa come una cosa seria.

 Già. Dobbiamo partire dal fatto che l’innovazione è sempre esistita e ha caratterizzato tutta la storia dell’umanità. Se siamo passati dalla carrozza trainata dai cavalli alle automobili elettriche che si guidano da sole e perché l’innovazione è continua nel tempo. L’innovazione accade perché è nella natura stessa dell’uomo ed è legata al  continuo tentativo di rendere migliore l’esistenza. Non solo la propria, ma quella dell’intera società. Non c’è praticamente nessun settore immune o impermeabile all’innovazione. Quello che però sta accadendo è che c’è molta confusione sul significato che noi diamo alla parola “innovazione”.


Cioè?

Stiamo utilizzando in modo improprio la parola “innovazione”. Abbiamo legato sempre più il termine “innovazione” all’idea di “nuovo” e di “novità”. Introdurre o tentare di introdurre qualcosa di nuovo in un determinato contesto diventa una azione “innovativa” e chi la propone diventa un “innovatore”. Siamo un Paese che, come sappiamo, sconta forti ritardi sul fronte del digitale. C’è di conseguenza una abbondanza di cose “nuove” che si potrebbero o molto spesso è necessario fare. E non c’è neanche bisogno di sforzarsi molto per individuarle, visto che nella maggior parte dei casi basta alzare lo sguardo e osservare quello che accade negli altri Paesi. Ma c’è anche un aspetto “marketing” che si sovrappone a tutto ciò. “Innovazione” è diventata una parola che trasmette l’idea che si sta facendo qualcosa di interessante che serve a cambiare lo status quo, che guarda al futuro e che quindi è meritevole di attenzione. L’effetto è che una azione anche banale acquisisce improvvisamente “valore” e soprattutto diventa vendibile quando viene associata all’aggettivo “innovativo”.

Questo ha creato un grande e caotico “bazar dell’innovazione” dove l’innovazione è a portata di bancarella e dove tutti hanno qualcosa di “innovativo” da proporre. Ma come accade nel più classico dei bazar, il rischio fregatura è elevato. E’ quello che noi chiamiamo abitualmente “fuffa”. E nella società moderna, che ha spalancato le porte a tutto ciò che è immagine a scapito della sostanza, la fuffa è diventata pervasiva. E’ ovunque e rende difficile individuare chi fa innovazione sul serio.


A questo punto la domanda nasce spontanea: come facciamo a distinguere l’innovazione da quello che hai chiamato fuffa?

Diceva qualcuno che l’innovazione è un atto di disobbedienza andata a buon fine. Sull’atto di disobbedienza non ci sono dubbi. L’innovazione vera è disobbedienza allo “status quo” e ha la capacità di rompere schemi consolidati. L’innovazione vera distrugge una parte dell’esistente per dare spazio, forma e vita al nuovo che avanza e a nuove opportunità. Ma è soprattutto sulla seconda parte che voglio focalizzare l’attenzione. Su quell’”andata a buon fine” che sottolinea con forza il cambiamento che l’innovazione deve generare  per essere considerata tale. Se non c’è nessun impatto sul cambiamento, allora non c’è neanche innovazione. E aggiungo che questo impatto deve poter essere misurabile.

L’innovazione deve quindi avere un impatto?

Si, certo! Questo implica che possiamo capire se una certa cosa è innovativa soltanto dopo che l’abbiamo fatta. L’innovazione è in sostanza l’effetto di qualcosa che si è messo in campo prima. E l’effetto non è detto che ci sia per forza. L’innovazione ha un ruolo strategico nella società in quanto genera benefici reali di tipo sociale ed economico. E’ questo che bisogna misurare. Dobbiamo misurare il cambiamento che viene generato. In realtà ora l’unica cosa che forse siamo in grado di misurare sono i selfie, le spillette, gli aperitivi e i picnic di tanti degli innovatori del bazar.

L’innovazione non è un evento o una cosa di un giorno ma è qualcosa che deve essere persistente nel tempo.  Per fare innovazione vera servono competenze vere, serve gente preparata, serve crederci, serve tempo. Serve dedicarci giorni mesi interi e serve avere budget perché un’attività del genere in qualche modo non può essere mai a costo zero. L’innovazione è un investimento spesso fatto da visionari sul medio lungo periodo e c’è sempre l’incognita del buon fine. Diceva qualcuno che tutti vogliono costruire ma nessuno vuole fare manutenzione. Fare innovazione significa essenzialmente fare manutenzione, che è poi la parte più costosa di qualunque progetto.  Il tempo è poi un elemento essenziale di qualunque tipo di innovazione che possiamo portare sui territori e all’interno della società.  L’innovazione “vera” è, infatti, un processo lungo e faticoso, spesso costoso e generalmente silenzioso. La cosa bella è che accade nonostante tutto.

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