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Bitcoin ed economia sommersa: ne abbiamo parlato con Stefano Capaccioli

INTERVISTA di Simona Macellari, Associate Partner, The Innovation Group a Stefano Capaccioli, Dottore commercialista e fondatore Studio Capaccioli

Le ultime notizie di stampa riguardo il bitcoin sembrano bipolari, toccando i due estremi. Lo sviluppo del FinTech (Financial Technology) indica bitcoin e blockchain come motori di progresso e sviluppo (ultimo esempio lo studio del Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo “How blockchain technology could change our lives”), mentre da troppe parti si sostiene che bitcoin è la moneta degli  evasori, riciclatori e bande di criminali che vogliono spostare capitali illeciti senza lasciare traccia, odore o impronta.

Una riflessione si impone: come è possibile detto atteggiamento “bipolare”? L’immagine “collettiva” che il bitcoin si porta dietro è negativa, e occorre verificare quanto sia “sensazione”  e quanto supportato da evidenze e dati scientifici controllati e verificati.

Nel passato, il giornalista Lewis Sanders IV si dovette scusare via Twitter (qui) dopo aver lanciato la notizia su Deutsche Welle (“Bitcoin: Islamic State’s online currency venture”) dell’utilizzo di bitcoin da parte dello Stato Islamico, che poi si dimostrò infondata. La notizia fu ulteriormente smentita dall’Europol , che non ha rilevato evidenza diretta dell’uso della criptovaluta da parte dei terroristi, ma la notizia tuttora è in circolazione.

L’idea che il bitcoin sia funzionale al riciclaggio è poi smentito dalle evidenze tecnico-economiche che determinano la sua inadeguatezza a servire quale strumento di riciclaggio, dato che “bitcoin non è efficace né utile per le attività di riciclaggio”. Ovviamente è possibile commettere reati con qualsiasi moneta, valuta o bene di valore, ma, a mio avviso, è come commettere una rapina a volto scoperto: possibile, ma con alte probabilità (addirittura incrementali nel corso del tempo per l’aumento della capacità di calcolo e di indagine) di essere scoperto.

Per completezza, secondo i Quaderni dell’antiriciclaggio – Collana Dati statistici I-2016 dell’UIF, in Italia (e solo nel primo semestre), sono stati versati (non usati, ma versati) oltre 94 MLD di euro in contanti, mentre la capitalizzazione mondiale del bitcoin è di circa 20 miliardi di USD.

L’associazione tra reati e bitcoin, in realtà, affonda nel tempo e deriva da alcuni casi giudiziari, quali Liberty Reserve e Silk Road, aumentata dalla difficoltà di comprendere uno strumento nuovo. Detta difficoltà porta, mentalmente, al rifiuto e alla stigmatizzazione dato che, non comprendendo come funziona, nessuno vuol sentirsi “incompetente”! La classificazione dello strumento come criminale permette alla nostra mente di trovare una comoda giustificazione per non analizzarlo, collocandolo tra le attività illegali o esclusivamente per attività criminali.

Nel seguito si intende seguire questa ipotesi e verificarne, scientificamente, la veridicità o la falsità, attraverso la reductio ad absurdum.

Innanzitutto occorre una precisazione in merito all’economia sommersa, con una classificazione:

  1. Economia illegale o criminale: entrate derivanti da beni e servizi la cui vendita, distribuzione e possesso sono vietati (es. commercio di stupefacenti, estorsioni) o illegali senza autorizzazione o competenze (es. contrabbando, traffico di armi, ecc.);
  2. Economia sommersa irregolare: entrate derivanti da attività non registrate e che sfuggono al controllo e alle rilevazioni (evasione fiscale e contributiva, lavoro nero);
  3. Economia sommersa statistica: entrate non registrate per incompletezza normativa;
  4. Economia informale: entrate derivanti da attività svolte su piccola scala e su rapporti di lavoro basati su relazioni familiari o personali o per valori (es. lavoro domestico e volontariato);

L’economia sommersa in genere non può essere misurata (se lo fosse sarebbe possibile contrastarla), ma solamente stimata, come del resto viene stimata la ricchezza nascosta alle autorità, frutto di accumulo dell’Economia Illegale o Irregolare.

La società Havocscope stima il mercato criminale in 1.812 miliardi di dollari attraverso sistemi inferenziali e la media aritmetica delle due direttrici:

  • 50 prodotti illegali (senza considerare corruzione, riciclaggio e crimine organizzato per il rischio di duplicare i dati, con conseguente sottostima) per un valore di 1.639 miliardi di dollari
  • Economia criminale su 92 paesi per un valore di : 1.985 miliardi di dollari

Detta stima non tiene conto dell’evasione fiscale e contributiva che costituisce l’economia sommersa irregolare. Quest’ultima, secondo uno studio del 2011 Tax Justice Network si assesta di 11.150 miliardi di dollari annuali, con specifica esclusione dell’economia criminale, da cui la somma tra economia criminale e irregolare può essere stimata in 13.000 miliardi di dollari annuali. Continuando in tale iperbole lo “stock” di capitali all’estero sottratto al controllo si attesta tra i 21.000 e i 32.000 miliardi di dollari (link).

I dati stimati costituiscono la base per alcune considerazioni logico-deduttive, anche se svolte con una certa superficialità ma pur sempre fondate su alcuni dati piuttosto che su impressioni.

Con qualche divisione emerge che (la capitalizzazione usata è quella attuale, anche se le notizie del collegamento tra economia criminale e bitcoin erano presenti anche quanto la capitalizzazione era meno della metà!):

  1. La capitalizzazione totale del bitcoin è inferiore al 0,1% delle somme detenute all’estero;
  2. La capitalizzazione totale del bitcoin è inferiore al 0,15% dell’economia illegale e irregolare;
  3. La capitalizzazione totale del bitcoin è inferiore al 0,18% dell’economia irregolare;
  4. La capitalizzazione totale del bitcoin è inferiore al 1,15% dell’economia illegale.

Le percentuali appaiono e sono “irrilevanti” rispetto al volume globale, quindi tale collegamento pare flebile restando nei sospetti in attesa di indizi. Approfondendo, se una percentuale minima ed irrilevante delle somme detenute all’estero fosse investita in bitcoin, le quotazioni schizzerebbero alle stelle. Stesso incremento avverrebbe se una percentuale impercettibile dell’economia illegale e/o irregolare transitasse in bitcoin.

Questa considerazione viene svolta nell’ipotesi di esclusivo utilizzo di bitcoin da parte dei criminali: qualora detta domanda sia incrementale rispetto all’uso attuale gli effetti sul prezzo sarebbero esponenziali.

Dai dati emerge che, data l’offerta fissa di bitcoin che segue la sua “produzione” logaritmica, una ipotizzata domanda costante superiore alla sua capitalizzazione senza effetti sul prezzo  determina una contraddizione: (i) il prezzo del bitcoin è totalmente slegato dalla domanda, o (ii) l’economia illegale e irregolare non usa bitcoin bensì i contanti.

Dalle evidenze numeriche, se pur analizzate superficialmente, emerge come il bitcoin non sia la moneta degli evasori, riciclatori e bande di criminali” e la possibile sintesi che emerge secondo cui “non tutti gli utilizzatori dei bitcoin sono criminali ma che tutti i criminali usano bitcoin” è ingannevole e non supportata da alcuna evidenza scientifica.

Resto in attesa di dati ed informazioni a supporto di eventuali contestazioni a quanto affermato e non di casi giudiziari che dimostrano semmai l’effettività della repressione di reati!

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