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Scenario macroeconomico, investimenti ICT e policy: la situazione italiana

N.  Giugno 2019
        

a cura di Carmen Camarca 
Analyst, The Innovation Group 

 

Gli ultimi dati sulla crescita del Pil in Italia (+0,2% nel primo trimestre del 2019) e le stime pubblicate di recente dall’Istat – secondo le quali nel 2019 si prevede una crescita del Pil del +0,3% (meno un punto percentuale rispetto alle previsioni rilasciate a novembre) – portano a chiedersi quali saranno gli sviluppi dell’economia italiana nei prossimi anni e quali azioni devono essere messe in atto dai principali stakeholder coinvolti.

Anche gli ultimi dati delle stime di The Innovation Group vedono una revisione della crescita del Pil per il 2019: si è passati da un +1,1% previsto a novembre 2018, a un +0,6% adesso. In questo contesto a subirne le conseguenze sarà anche il mercato digitale, le cui previsioni sono state riviste continuamente a ribasso: secondo gli ultimi dati di The Innovation Group per il 2019 è prevista una crescita del mercato digitale compresa tra il -0,2% e il +0,1%, contro un’iniziale stima di crescita del +1,1%.

Delle inversioni di tendenza emergono anche dalla Digital Business Transformation Survey, condotta da The Innovation Group tra il 2018 e il 2019: a dicembre 2018 i rispondenti della Survey che prevedevano, nel corso del 2019, un aumento del budget IT erano pari al 33% del campione (a fronte di un 60% secondo cui il budget sarebbe rimasto invariato e di un 7% che lo prevedeva in diminuzione); ad aprile 2019 il campione ha mostrato, invece, uno scenario del tutto differente, con un aumento sia della percentuale di imprese che prevedono una diminuzione del budget IT (22%) sia di coloro che lo prevedono in crescita (38%).

Come interpretare, dunque, queste risposte? La questione è stata affrontata durante la seconda riunione dell’Advisory Board del Digital Italy Program 2019, volta ad analizzare lo scenario macroeconomico, le politiche e gli investimenti pubblici e privati sul digitale. Tra i diversi relatori intervenuti anche Gregorio De Felice, Responsabile Ufficio Studi Intesa Sanpaolo, che ha presentato un’analisi della posizione italiana all’interno di uno scenario internazionale caratterizzato da diverse incertezze politiche (la guerra commerciale USA – Cina e il conseguente protezionismo e la questione Brexit prime fra tutte) e Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di Strategia d’Impresa ed Economia Aziendale SDA Bocconi, che ha messo in luce la necessità di coadiuvare criteri di misurazione della crescita lineare dell’economia italiana con analisi relative al tasso di sustainability delle imprese.

Un tema particolarmente dibattuto, sia dai due relatori sia da tutti gli altri partecipanti della riunione, è stato quello della bassa crescita del mercato digitale italiano. Questa debolezza del mercato va imputata principalmente alla scarsa entità degli investimenti in beni immateriali (o intangibles) che caratterizza l’Italia e il cui peso sul PIL, secondo i dati di Banca Intesa Sanpaolo, non supera il 2,9% (contro una media europea del 4,1%): se in Italia, infatti, in R&S nel 2017 si spendeva in media 386 euro per abitante (in aumento del 19% rispetto al 2008), in Germania vi era una spesa pari a 1.200 euro per abitante (in aumento del 48% rispetto al 2008). A rafforzare l’ipotesi per cui i limitati investimenti in beni intangibles riducono la competitività del mercato italiano nel contesto internazionale anche un’elaborazione condotta da Intesa Sanpaolo su 54.436 bilanci aziendali per individuare quali potrebbero essere le migliori strategie da mettere in campo per aumentare la produttività e la crescita del tessuto industriale italiano. Il campione è stato suddiviso in base alla produttività che è stata raggiunta da imprese che hanno e non hanno registrato “Brevetti”, “Certificazioni ambientali”, “Certificazioni di Qualità”, “Marchi” e “Attività di export”. Dall’analisi dei risultati è emerso un evidente vantaggio delle imprese che hanno svolto tali attività a fronte di quelle che non lo hanno fatto, evidenziando come il maggior dinamismo di alcune realtà sia stato premiato in termini di produttività.

Sul tema è tornato anche Carnevale Maffè che ha evidenziato come, sempre in Italia, viene rilevata la quota di investimenti intangibles più bassa in Europa: da noi si investe più degli altri Paesi in macchinari e meno di tutti gli altri in ricerca e proprietà intellettuale.

Quali, dunque, le indicazioni per aziende e policy maker in questo contesto caratterizzato da un lato da una crescita del Pil tendente allo zero e dall’altro da scarsi investimenti in beni intangibles? È necessario promuovere l’innovazione digitale per permettere un maggiore sviluppo economico del Paese o bisogna rimettere in moto l’economia italiana per vedere accelerare l’utilizzo delle tecnologie 4.0?

Di certo la mancanza di innovazione, oltre ad incidere sulla produttività del lavoro, impedisce ad imprese appartenenti ad un particolare tessuto produttivo, quello manifatturiero, di competere al meglio. L’Italia è infatti caratterizzata da una specie di “capitalismo di filiera”, composto da imprese distrettuali di piccole dimensioni che hanno superato, per propensione manifatturiera e vocazione all’export, alcuni dei migliori Laender tedeschi: la mancanza di risorse e di investimenti in beni intangibili, impattando negativamente sulla produttività del tessuto industriale, comporterebbe, dunque, gravi perdite anche per tutta l’economia italiana.

Innovazione digitale e sviluppo economico sono due facce della stessa moneta, l’una condizione necessaria affinché vi sia il pieno compimento dell’altra, ma probabilmente, in questa fase di grave ritardo che caratterizza le dinamiche economiche e produttive italiane, è bene spingere l’acceleratore sull’innovazione digitale e sugli investimenti ad essa dedicati, per recuperare, prima, il gap creatosi in questi anni con gli altri Paesi e, poi, la competitività di industrie che da sempre hanno rappresentato l’eccellenza del Made in Italy.

 

 

 

 

 

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