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Skill gap, l’ostacolo sul percorso della trasformazione

N. Dicembre 2019

a cura di Valentina Bernocco
Giornalista, Technopolis e IctBusiness

 

Quello delle competenze, o meglio del gap di competenze da colmare nelle aziende affinché la trasformazione digitale possa pienamente realizzarsi, è un ritornello che risuona da tempo. Ne parlano i media, i vendor tecnologici, le ricerche di mercato. La lacuna è in parte comprensibile: l’impetuosa evoluzione della tecnologia crea continuamente necessità nuove, traducendosi in un carico di sapere teorico e pratico in buona parte ancora da costruire. Le università del mondo stiano tentando di stare al passo con nuovi corsi di laurea e master, ma intanto nelle aziende è scoppiata la richiesta di figure specializzate, soprattutto nei campi degli analytics e dunque della data science, nell’intelligenza artificiale, nella robotica, nella cybersicurezza in tutte le sue declinazioni, nell’industria 4.0, senza dimenticare lo sviluppo software in ottica DevOps. Si può dire, forse, che questi fenomeni si stiano affermando sul mercato Ict (nell’offerta, innanzitutto, e secondariamente nell’adozione da parte delle aziende) più rapidamente di quanto non stiano producendo nuove competenze. Ad aggravare il divario c’è il fatto che le vecchie generazioni di dipendenti e di manager raramente ricevano una formazione specifica su temi che impattano sulla vita lavorativa quotidiana e sulla tranquillità dell’azienda: il sapersi difendere da tentativi di phishing, per esempio, o utilizzare servizi cloud da remoto senza favorire attacchi informatici e fughe di dati. Citiamo a tal proposito una recente ricerca di Trend Micro, condotta da Opinium su 1.125 responsabili della cybersicurezza di 12 Paesi: il 44% degli intervistati (e il 49% di quelli italiani) sostiene di avere difficoltà a spiegare ai colleghi esterni al dipartimento IT questioni complesse come quelle di sicurezza informatica. Per quanto la cybersicurezza non sia di per sé un veicolo di Digital Transformation, allo stesso tempo è un requisito per le società che affrontano progetti di rinnovamento tecnologico o adottano nuove applicazioni.

Allargando lo sguardo al quadro generale delle competenze, la situazione non migliora. Nel “The Future of Jobs Report 2018” (studio che prende in considerazione oltre 15 milioni di lavoratori di imprese di 12 settori di tutto il mondo), il World Economic Forum prevede che l’85% delle aziende da qui al 2022 farà progressi nell’adozione dei Big Data analytics. Corposi investimenti saranno diretti anche all’Internet of Things, all’intelligenza artificiale, alla realtà aumentata e virtuale. L’automazione e la robotica inevitabilmente impatteranno sulla forza lavoro: dunque il reskilling per molti dipendenti sarà una questione di sopravvivenza, per potersi ricollocare su posizioni più qualificate all’interno della medesima azienda o in altre. “Le lacune di competenze, sia tra i lavoratori sia tra i dirigenti aziendali senior, potrebbero ostacolare in modo significativo l’adozione di nuove tecnologie e dunque la crescita del business”, si legge nel report.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha stimato che in Europa esistano almeno 80 milioni di lavoratori male accoppiati al ruolo professionale svolto, o perché troppo o perché troppo poco qualificati. In estrema sintesi, sembra di poter dire che oggi abbiamo a disposizione numerosi strumenti di trasformazione digitale, ma spesso non sappiamo come maneggiarli. Tutto sommato, alcuni studi concedono qualche ragione di ottimismo: dal sondaggio “The Future of Work”, sponsorizzato da Ricoh e condotto da Arup su tremila dipendenti d’azienda europei, è emerso che più di tre su quattro (77%) credono di possedere le competenze necessarie per rimanere aggiornati e assecondare la trasformazione da qui ai prossimi dieci anni. Otto su dieci (81%) hanno fiducia nel fatto che saranno i loro datori di lavoro a procurare sia la formazione sia gli strumenti necessari per adattarsi ai futuri ruoli professionali. L’ottimismo è forse eccessivo, ma possiamo accoglierlo come un buon augurio e come un’esortazione, per le aziende, a fare la loro parte.

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