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Digital Notary Office: digitalizzazione notarile a norma di legge

N.  Giugno 2018
        

a cura di Elena Vaciago 
Associate Research Manager, The Innovation Group

 

Intervista a Patrizia Sormani, Responsabile Compliance di eWitness Italia.
Erogare servizi online da Piattaforme digitali a garanzia di legge, per fornire un governo e un’abilitazione di servizi fiduciari digitali, tramite certificazione di processi documentali e garanzie di sicurezza del dato e delle identità digitali. In poche parole, unendo certezza giuridica e sicurezza informatica.
È questa la mission di eWitness Italia, ossia, sviluppare servizi di vario genere basati su un connubio nativo tra il codice della piattaforma digitale, e la regolamentazione, per cui il rispetto alle norme è scritto direttamente nel software. Ne parliamo in questa intervista con Patrizia Sormani, Responsabile Compliance di eWitness Italia

Cosa ha significato per voi portare l’innovazione nell’ambito dei processi legali?

In qualità di Trust Service Provider, eWitness Italia offre implementazioni d’avanguardia per un’interoperabilità globale e per l’erogazione di servizi che offrono massima sicurezza e confidenzialità nella gestione del dato. In occasione di DIG.Eat 2018 abbiamo presentato un nostro case study, la stipula notarile digitale. La nostra è una testimonianza basata su un caso reale (l’infrastruttura realizzata per lo Studio notarile Genghini) sul fatto che l’atto notarile telematico è oggi veramente possibile.

Il nostro obiettivo era quello di dare certezza giuridica al dato digitale, prima di mandarlo in  conservazione. Per fare ciò ci stiamo spendendo per essere compliant non solo a livello nazionale ma anche con riferimento agli standard tecnici eIDAS che, purtroppo, non sempre coincidono!

Caratteristica peculiare di eWitness è quella di avere un Notaio come figura al centro della propria proposta tecnologica: eWitness per statuto sociale ha lo scopo di fornire strumenti al notaio digitale del terzo millennio. Per cui la nostra missione è “la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità”: l’architrave di sicurezza è un sistema di tracciamento delle operazioni e di conservazione dei relativi dati in cui il notaio non deve fidarsi ciecamente della tecnologia ed eWitness non deve fidarsi ciecamente del notaio.   Strutturato sul piano crittografico in modo assai simile al Blockchain, ossia mediante alberi Merkle di hashs e un sistema P2P di firme e marche temporali.  Realizzato nel febbraio del 2006, ossia prima della nascita del Blockchain.

Il notaio Genghini che svolge in azienda la funzione di responsabile della compliance a livello UE e di designer delle tecnologie, oltre ad essere super partes come tutti i notai, è anche un esponente di spicco nella redazione ed approvazione degli standard europei sui servizi fiduciari.

Quali sono le novità che nascono dall’informatizzazione della funzione notarile?

Attraverso lo strumento digitale si può raggiungere oggi una garanzia che è pari o anche superiore rispetto a quella dei contratti cartacei, persino quelli notarili: infatti col digitale è possibile tracciare non solo la dichiarazione delle volontà, ma anche il processo di formazione del consenso.

La visione su cui si basa la nostra proposta è quella di armonizzare il codice inteso come norma giuridica con il codice inteso invece come codice sorgente, superando l’antinomia individuata da Lawrence Lessig nel suo “Codes and other Laws of the Cyberspace”.

Utilizzando la piattaforma di “Digital Notary Office”, il notaio non rinuncia né al suo ruolo né al suo atto tradizionale, in quanto è comunque tenuto a controllare tutto, ma in questo caso è la piattaforma che lo supporta nel “dare certezza”, di garantire tutto quanto richiede l’atto tradizionale. Gestendo e tracciando le varie fasi della stipula tradizionale in un ambiente digitale, il sistema eWitness consente di fornire un atto digitale e telematico dotato del medesimo valore probatorio di un atto pubblico stipulato sulla carta, in modo tradizionale.  Un notaio che oggi fa firmare un atto digitale sul suo PC in studio può davvero affermare di essere certo (fino a querela di falso) di ciò che sta facendo? La risposta è negativa, a meno che non abbia preso delle precauzioni tecniche e procedurali che determinano un raddoppio dei tempi di perfezionamento dell’atto, se debbono essere manualmente posti in essere dal notaio.

Il notaio deve essere personalmente certo dei fatti e delle dichiarazioni delle parti. Nell’atto pubblico, il notaio non può fidarsi di attestazioni di terzi (ad esempio sull’identità delle parti) né può fidarsi di documenti o registrazioni eteroprodotti.  Egli deve essere l’autore dell’atto pubblico e può attestare solo ciò che ha personalmente constatato.   Per cui non può fidarsi di ciò che gli mostra lo schermo del suo computer di studio, considerato che in assenza di trusted computing, il problema del What You See Is What You Sign, è tuttora irrisolto.

Il problema che abbiamo inteso risolvere è di creare una infrastruttura tecnologica che consenta al notaio di dare “piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti” (come recita l’articolo 2700 del codice civile)

Quali sono le resistenze che trovate in Italia?

Osserviamo un comportamento schizoide: da più parti si vuole usare il digitale per risolvere problemi che non esistono (non sono mai esistiti) nella prassi (tipo l’abuso di firma o la sicurezza tecnica del documento dopo 30 anni), mentre si cerca da alcune parti (adducendo ragioni giuridiche) di ostacolare la soluzione di reali problemi di sicurezza, tipo l’identificazione on-line e il WYSIWYS.

Sono situazioni che ricordano il primo codice della strada inglese che per le auto imponeva di avere uno sbandieratore davanti e uno dietro, per segnalare l’arrivo di un mezzo pericoloso.  Più che risolvere i problemi, tali approcci rallentano il processo di digitalizzazione e lo spostano verso provider “globali” che usano la forza del loro brand e la pervasività delle loro soluzioni informatiche per “proteggere” gli utenti. L’intera costruzione di un mercato digitale unico in Europa tramite il regolamento eIDAS e la GDPR, vuole esattamente l’opposto: adeguare le norme giuridiche a quanto necessario a creare una soggettività ed una cittadinanza digitali che rispettino (anzi rafforzino) il godimento dei diritti civili, la partecipazione all’amministrazione della cosa pubblica e la sicurezza informatica.

L’atto (pubblico o privato) telematico è uno di quegli strumenti di inclusione giuridica, che per troppo tempo si è ritenuto giuridicamente inidoneo a sostituire la presenza fisica negli atti notarili e giudiziari.  Usato oculatamente e con l’ausilio di tecnologie idonee, invece, estende la partecipazione degli interessati agli atti amministrativi e giudiziari.

Quali sono quindi i vantaggi pratici della stipula telematica?

Oltre a rendere tutto il processo più efficiente e fluido negli atti ripetitivi delle banche e degli altri operatori professionali, si possono individuare moltissimi altri vantaggi anche per il cittadino. Immaginiamoci che un italiano residente all’estero intenda stipulare un atto notarile, senza procura ma con tutte le garanzie offerte solo da un notaio italiano: con questo strumento riesce a farlo con tutte le garanzie necessarie, direttamente da casa propria (per esempio in Australia). Pensiamo a chi non è in grado di esprimere la sua volontà: il Notariato ha interpretato in modo fortemente evolutivo la legge notarile per agevolare i malati di SLA. Oggi persino quelli affetti da sindrome di lock-in (ossia perfettamente capaci di intendere e volere, ma impossibilitati a muoversi e parlare) se capaci di usare il puntatore oculare, possono comunicare con il notaio attraverso il computer che legge il movimento dei loro occhi. È stato quindi accettato il concetto che una tecnologia opportunamente configurata può supportare dell’espressione della volontà umana.

È evidente che se si ritiene un computer (ribadisco opportunamente configurato) idoneo addirittura a concorrere alla formazione della dichiarazione di un soggetto incapacitato, esso a maggior ragione potrà essere il canale di comunicazione neutro e trasparente, attraverso il quale le parti si scambiano il consenso.

In ultima analisi, una tecnologia, opportunamente disegnata ed utilizzata, offre uno strumento che finisce per esaltare il ruolo del notaio, come garante della transazione digitale invece che quella analogica tradizionale.

Oltre ai processi notarili, in quali altri ambiti legali e di business è possibile portare l’innovazione digitale, con il vostro approccio, ossia unendo certezza giuridica e governance informatica dei processi?

Il nostro obiettivo è sviluppare piattaforme di diverso genere che vanno a creare un connubio tra il codice alla base della piattaforma, e la regolamentazione, per cui il rispetto alle norme è by design, scritto direttamente nel software.

Al centro c’è la figura del notaio, responsabile del nostro sistema di conservazione, in un sistema di conservazione peer to peer (ossia mediante distributed ledger) che assomiglia notevolmente al concetto del Blockchain.

Tutto è tracciato: per oggi istanza che entra nel sistema è rilasciata ricevuta. L’identificazione dell’oggetto digitale ne garantisce la provenienza, il calcolo dell’hash la sicurezza, generando contestualmente un rapporto che tiene traccia di tutta la storia di qualunque oggetto digitale dal momento in cui entra nel sistema.

Letteralmente, eWitness è un’azienda nata per sfruttare le proprietà di sicurezza e legali degli alberi di hash così come concepiti da Ralph Merkle e sviluppati da David Chaum. Il nostro obiettivo e rendere unico il dato e sapere sempre dove è dentro il sistema, sapere come andare a reperirlo, tracciando tutta la sua storia. Ci chiedono spesso se siamo GDPR compliant, se abbiamo la Privacy by design: la risposta è sì, perché per noi la sicurezza è un punto di partenza, non di arrivo.

Un altro ambito su cui lavoriamo è quello della tenuta e conservazione digitale dei libri sociali per i Consigli di Amministrazione. Anche in questo caso, una piattaforma digitale risponde perfettamente ad obiettivi di ottimizzazione del processo: tolta la fase di verbalizzazione, poi diventa molto più semplice sfruttare la tecnologia per conservare, ridurre le stampe dei verbali, conservare i verbali e renderli accessibili in modo più trasparente e più semplice. La soluzione prevede un portale di esposizione con varie tipologie di utenza, accesso con strong authentication, modulato in modo diverso a seconda dell’interlocutore seguendo i dettami della legge.

Il mercato dei servizi fiduciari si declina per vari ambiti e mostra trend di crescita nell’adozione di innovazioni digitali: è una strada da percorrere perché c’è la possibilità di erogare servizi informatici che danno garanzie maggiori rispetto alla carta.

Come vi posizionate nei confronti della tecnologia Blockchain?

Il nostro sistema è nato prima della Blockchain, ne è antesignano perché ne anticipa alcuni aspetti, come il tema del controllo degli oggetti digitali tramite hash, il controllo peer to peer, i distributed ledger, i Merkle Hash Trees. Quindi, per alcuni aspetti della Blockchain ci siamo ritrovati, per altri meno: su alcuni attualmente ci poniamo degli interrogativi. Ad esempio, se devo garantire il Diritto all’oblio richiesto dal GDPR, con la Blockchain ho qualche problema in più…

Noi riteniamo che la Blockchain è assolutamente geniale sul piano matematico, ma non crediamo che sia infallibile.  Siamo convinti, anzi speriamo, che diventi parte della nostra vita quotidiana come i social media.  Ma proprio perché questo processo si è avviato, stiamo già interrogandoci su quale sarà il prossimo passo: la Blockchain: sì, certo… e poi?

 

 

 

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