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Coronavirus: la tecnologia al servizio della “nuova” normalità

N.  Aprile 2020
        

a cura di Ezio Viola 
Managing Director, The Innovation Group 

 

A seguito della pandemia di Coronavirus in corso, l’Italia, oltre alle terribili perdite in capitale umano, è destinata ad attraversare la crisi più difficile dal secondo dopoguerra, peggio di quella del 2008 nata dalla crisi dei mercati finanziari e poi trasferita nell’economia reale. La pandemia ha colpito il nostro paese in quelle che erano qualità riconosciute (turismo, il sistema sanitario delle Regioni del Nord etc) e quando sarà terminata ci imporrà un’opera di ricostruzione similare a quella che abbiamo dovuto affrontare dopo la seconda guerra mondiale. Le ultime previsioni parlano di una frenata del Pil nell’ordine di 10 punti percentuali con molti settori che sono profondamente impattati, inclusi anche i settori industriali trainanti che stanno sperimentando come le supply chain globali e integrate siano anch’esse fragili. Siamo di fronte innanzitutto ad uno shock negativo di offerta, derivante dalla riduzione dell’offerta lavorativa (le persone non vanno a lavorare e gli impianti rallentano). In una economia integrata verticalmente a livello internazionale le ripercussioni tra paesi e tra settori possono essere acute e se non si interviene velocemente si espanderà alla domanda, ai flussi di credito, ai mercati finanziari con un circolo vizioso difficile da sostenere e fermare.

Poichè nessuno fino ad oggi sa prevedere quando e come finirà l’emergenza sanitaria, possiamo solo affidarci ad un proliferare di ipotesi circa un possibile ritorno alla normalità, definita da tutti come “nuova”, che riguarderà non solo i comportamenti individuali ma anche quelli colettivi.

Tutti però concordano che questa situazione di emergenza sta agendo come catalizzatore del cambiamento organizzativo e della trasformazione tecnologica dei processi e in prospettiva dei modelli di servizio nelle aziende. Stiamo tutti scoprendo meglio cosa significa concretamente smart working, fare riunioni on line, webinar, eventi e formazione a distanza. Data la propria struttura produttiva, l’economia italiana è particolarmente fragile in questo scenario. In settori trainanti come la manifattura meccanica, il turismo o la ristorazione è impossibile compensare la riduzione dell’offerta di lavoro e la minore produzione attraverso lo smart working. Quest’ultimo è una forma di organizzazione del lavoro che può (in parte) sostituire il lavoro tradizionale nel settore dei servizi o nell’high-tech, dove l’input produttivo legato all’innovazione e alla conoscenza è preponderante. Ma certamente poco può fare per sostituire il personale nei supermercati o gli operai nella catena di montaggio.

Sappiamo che la tecnologia da sola non è sufficiente e se vogliamo avere uno smart-working che garantisca la produttività non deve essere un semplice modo di lavorare da casa, per le mansioni e ruoli che possono farlo. Si stima che circa il 50% della forza lavoro in Italia possa farlo contro una diffusione attuale (pre-crisi) di circa 600.000 persone. Occorre ripensare al lavoro dando alle persone autonomia e sensibilità nella scelta di orari, luoghi e strumenti di lavoro a fronte di una responsabilità di risultati: cambia quindi l’approccio e non può essere messo in piedi dall’oggi al domani.

Quello a cui stiamo assistendo oggi è un grande esperimento di lavoro da remoto. Ci auguriamo che, dopo l’emergenza, le organizzazioni decidano di mettere a sistema questo approccio arricchendolo di una serie di elementi legati alla formazione, anche per i manager, trasformando quindi un lavoro da remoto in vero “smart working”.
Lo smart working porterà alle aziende e alle persone anche vantaggi di costo legati alla diminuzione dei trasferimenti, ai costi degli spazi degli uffici oltre che un indubbio impatto positivo sulla sostenibilità ambientale.

La tecnologia mette a disposizione con l’analisi avanzata di big data la possibilità di tracciare e monitorare la diffusione dell’epidemia e l’utilizzo “forzato” che è stato fatto in alcuni paesi ne dimostra l’efficacia.  Le piattaforme di e-commerce e in generale i canali digitali  si stanno dimostrando una valida alternativa anche per chi finora li aveva poco o non utilizzati. Stiamo osservando come le aziende per rafforzare le loro infrastrutture tecnologiche e per mettere velocemente a disposizione alcuni di questi servizi e modalità di lavoro  stanno utilizzando servizi cloud come fattore per garantire scalabilità e resilienza e ciò richiederà un veloce adeguamento delle infrastrutture di rete per supportare un sensibile aumento di traffico.

La peculiarità del coronavirus è però nell’unire uno shock dal lato dell’offerta a un acuirsi dell’incertezza associata ad una conoscenza limitata  Questa incertezza paralizza la domanda, spinge a rimandare i consumi e rafforza il risparmio precauzionale. C’è poco che la tecnologia possa fare per fronteggiare la reazione della domanda di consumo di fronte all’incertezza., che  per l’economia è cosa ben diversa e ben più catastrofica del mero “rischio”.
Lo scenario di medio-lungo periodo, però, suggerisce che lo shock da coronavirus sia ben di più di qualcosa di temporaneo: un vero shock che alcuni chiamano di “de-globalizzazione”. Il cambiamento avverrà non dal lato dell’offerta (le catene del valore possono essere ristabilite), ma dal lato delle preferenze degli individui, che potrebbero percepire diversamente quali rischi siano connessi alla prossimità fisica legata a numerose attività economiche. Minore prossimità fisica vorrà dire minore produttività, un ulteriore fattore in grado di acuire i segnali di stagnazione delle economie avanzate.

Per la ricostruzione del Paese sarà necessario puntare su investimenti pubblici e privati, su imprenditori determinati e ambiziosi e su banche che accettino di assumersi qualche rischio in più e interventi significativi delle banche centrali e dei governi.  Bill Gates si sa aveva già fatto notare, in un suo intervento ad un Ted Talk nel 2015, che i paesi del mondo globalizzato sarebbero stati esposti a rischi severi nel caso di una grave pandemia, soprattutto perché negli ultimi 50 anni la civiltà, pur essendo significativamente progredita, sia in termini di conoscenze scientifiche che di investimenti tecnologici, ha investito poco in ricerca scientifica e medica.

La causa della nostra impotenza di oggi risiede  anche nella nostra sottovalutazione se non distrazione, ovvero non siamo stati capaci di leggere i rischi a cui eravamo esposti, e di prepararci ai mutamenti di scenario che sarebbero potuti accadere : si spera che questo insegnamento rimanga per il futuro.

 

 

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