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Coca-Cola genera dai frigoriferi dati utili per il business

N. Dicembre 2020
 

a cura di
Roberto Bonino
,
Giornalista di Technopolis e ICTBusiness.it,
Indigo Communication

 

Intervista a Damiano Marabelli, CIO della Central & Eastern Europe Business Unit di Coca Cola

Damiano Marabelli, CIO della Central & Eastern Europe Business Unit della multinazionale, illustra l’esperienza realizzata con l’Internet of Things per generare valore dalle informazioni raccolte.

L’Internet delle Cose (Internet of Things o, in breve, IoT) sta cambiando il modo di utilizzare prodotti fino a ieri capaci di eseguire solo il compito di base per il quale sono stati progettati. L’integrazione di sensori, beacon o altre tecnologie dotate di una loro intelligenza nella raccolta e trasmissione di dati consente oggi a molte aziende di gestire impianti di produzione più efficienti, interpretare il comportamento di clienti e dipendenti, orientare strategie industriali o commerciali.

Nel mondo industriale, l’IoT viene comunemente associato al concetto di fabbrica intelligente, ma sono già numerose le applicazioni che consentono di utilizzare i dati generati dagli oggetti connessi per strutturare meglio gli approvvigionamenti, rendere più sicuro il lavoro delle persone o rimodulare decisioni con effetti diretti e immediati (real-time) sul business. Una grande multinazionale come Coca-Cola può essere considerata una pioniera nell’applicazione dell’Internet of Things a supporto dei propri processi di business, poiché già nel 2014 – in collaborazione col CEFRIEL, centro di innovazione digitale fondato dal Politecnico di Milano – ha avviato un progetto legato alla connessione dei frigoriferi distribuiti in vario modo sul territorio e cresciuto nel tempo in dimensioni e capacità di restituire input funzionali al miglioramento delle performance di un dispositivo per sua natura statico e inanimato.

Damiano Marabelli, CIO della Central & Eastern Europe Business Unit di Coca-Cola, è colui che ha ideato questo progetto e con lui abbiamo cercato di capire quali motivazioni lo hanno generato e quali sono le prospettive di sviluppo dell’azienda sul fronte IoT.

Com’è nato il progetto degli smart cooler e come si è evoluto?

Nella sua prima declinazione, a livello di prototipo, forniva dati semplici, come la frequenza di apertura delle porte, quali bevande venivano prese o come si muovevano parametri utili a ottimizzarne la manutenzione. In seguito, il pattern iniziale è stato industrializzato dai nostri imbottigliatori, che hanno installato negli ultimi quattro anni e mezzo oltre mezzo milione di frigoriferi “connessi” nei mercati del centro-sud Europa, grazie all’integrazione di schede GSM (always-on) e beacon per lo scarico dei dati. In questo lasso di tempo, si è andati ben oltre la semplice manutenzione dell’apparecchio. Oggi le versioni più avanzate funzionano come elemento di proximity marketing, per indirizzare promozioni mirate verso i consumatori che passano nelle vicinanze dell’oggetto, ma anche per il controllo del corretto posizionamento delle bevande secondo le nostre indicazioni in termini di picture of success. Con la geolocalizzazione integrata, si è poi riusciti anche a ridurre l’incidenza dei furti, che incredibilmente capitano anche per questo genere di oggetti.

Quale uso si fa dei dati raccolti?

Tutto confluisce in un data lake sviluppato su tecnologia Microsoft Azure. Da un paio d’anni sono stati avviati progetti-pilota che utilizzano intelligenza artificiale e machine learning per generare insights a valore aggiunto, che si possano tradurre in azioni “correttive” concrete. Per esempio, si può capire dal livello di utilizzo di un determinato frigorifero se ciò che contiene è attraente per i consumatori oppure se è sbagliato il suo posizionamento in un punto vendita. A questo si aggiunge il fatto che con l’utilizzo degli advanced analytics è possibile fare una maggior profilazione degli outlet sul territorio, per capire le caratteristiche dei consumatori, analizzando il sell-out e da qui fare un’attività di segmented execution. In sostanza, la tecnologia IoT aiuta già a sostenere iniziative più legate al business nel momento in cui i dati che vengono forniti dai frigoriferi sono correlati ad altri aspetti legati al marketing, così come alle vendite o all’efficienza finanziaria.

C’è qualche ambito nel quale si può dire che l’IoT abbia fatto la differenza rispetto al passato?

Il flusso di dati che dall’edge arriva al sistema informativo centrale e si combina con il CRM ha migliorato di gran lunga il lavoro della componente commerciale on-field. C’è un’integrazione in tempo reale con il back-end e questo consente a chi opera sul campo di disporre di tutte le informazioni necessarie sul comportamento dei connected cooler, il loro posizionamento, ma anche la compliance nell’allestimento alle nostre indicazioni commerciali. Il prossimo passo sarà la prescriptive analytics, che consentirà al business developer di presentarsi dal suo interlocutore già con le indicazioni su cosa fare, sfruttando le tecnologie di intelligenza artificiale.

Quali saranno gli sviluppi a breve e medio termine?

Andando oltre gli smart cooler, ci piacerebbe dare maggior concretezza ai progetti-pilota che abbiamo avviato sul fronte dello scaffale digitale, ma qui entrano in gioco difficoltà che esulano dalle nostre capacità tecnologiche e riguardano le relazioni con i grandi retailer, in quanto ormai i dati di sell-out potenzialmente disponibili real-time sono un vero e proporio asset da monetizzare.

 

 

 

 

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