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Competenze: una nuova prospettiva

N.  Novembre 2018
        

a cura di Julian McNeill 
Analyst, The Innovation Group 

 

Uno dei temi dominanti nel dibattito globale sull’innovazione è quello delle competenze digitali necessarie a sfruttare il potenziale offerto dalle nuove tecnologie che, attualmente, stanno trasformando i sistemi economici e rivoluzionando i modelli di business tradizionali.

In merito a tale tematica, secondo molteplici parametri l’Italia si pone in ritardo rispetto a molte economie avanzate. Nel rapporto DESI (Digital Economy and Society Index) redatto dalla Commissione Europea per misurare il progresso verso un’economia e una società digitali, il Paese risulta al quart’ultimo posto della classifica per le competenze ed il capitale umano in ambito digitale, davanti a Grecia, Bulgaria e Romania. In ottica globale, inoltre, secondo il rapporto sulla competitività stilato dal World Economic Forum (WEF) per il 2018, l’Italia si pone al 64° posto per “competenze digitali della popolazione”, ben lontano da Germania (16°) o Regno Unito (32°), e sorprendentemente dietro a Paesi in via di sviluppo come Indonesia (39°) o Kenya (43°).

Nonostante i dati siano a tratti sconfortanti, vanno interpretati con cautela poiché alti valori di laureati ICT o di utilizzo internet pro capite, sono condizione necessaria ma non sufficiente per dare impulso alla trasformazione digitale dell’economia. Spesso queste statistiche non riescono ad esprimere con precisione il grado di integrazione delle competenze digitali all’interno dei vari sistemi economici. Nel corso della scorsa edizione del WEF la questione ha ricevuto ampio spazio e, in generale, è emersa la necessità di trovare nuovi paradigmi di sviluppo delle competenze, che si “sgancino” dalle concezioni tradizionali (spesso riduttive) affinché si crei una forza lavoro dinamica e orientata all’innovazione.

In passato infatti ci si è abituati a pensare l’istruzione come suddivisa in compartimenti stagni e non comunicanti tra di loro, e ciò aveva senso in una situazione in cui l’economia era fortemente segmentata in settori economici e le attività lavorative erano ben distinte; la formazione scolastica o universitaria veniva riprodotta nel mondo del lavoro con l’obbiettivo di specializzarsi in una determinata funzione, spesso ignorando il più ampio contesto. Tuttavia, se si considera la complessità che l’economia ha raggiunto e le difficoltà che sorgono quando si ragiona sulle professioni per categorie, risulta chiaro che oggi, e in futuro, il paradigma della segmentazione/specializzazione non può reggere.

Questo discorso suggerisce che al posto che essere improntata a formare degli specialisti, l’istruzione debba sempre più diventare un percorso interdisciplinare in cui vengono coniugati l’aspetto generalista, e quindi l’avere una visione di insieme che consenta di muoversi agevolmente nel contesto in cui si opera, con l’aspetto specialistico, con competenze specifiche in diverse discipline o funzioni lavorative, sviluppate anche nel corso della carriera.

Da queste riflessioni emergono due fondamentali spunti riguardo al tema delle competenze digitali, con riferimento al contesto universitario. Considerando in primis che il digitale costituisce oggi una costante che pervade l’ambito produttivo a tutti i livelli e in tutte le discipline, è auspicabile arricchire i corsi di laurea tradizionali con percorsi che integrino la programmazione o l’analisi dei dati all’interno dei curricula. In tale modo gli studenti possono apprendere e sfruttare le potenzialità derivanti dalla tecnologia in maniera autonoma e propositiva, andandosi a proporre come fonte di innovazione digitale nei rispettivi campi di riferimento. In secondo luogo, risulta importante non solo formare specialisti ICT, ma fornire a queste figure professionali quelle competenze generaliste o legate a discipline diverse come l’economia, la giurisprudenza o la medicina, in modo tale che possano integrare maggiormente le proprie competenze tecniche con il contesto lavorativo in cui si troveranno ad operare nel corso della propria carriera.

In Italia pertanto, come del resto negli altri Paesi avanzati, da una parte non è sufficiente introdurre l’informatica come corso nei curricula universitari, così come focalizzarsi solamente sull’aumento del numero di laureati in discipline informatiche o in discipline STEM (Science, Technology, Engineering & Mathematics). Per sfruttare a pieno le opportunità della trasformazione digitale bisogna infatti ragionare nell’ottica di insegnare a economisti a diventare in parte data scientist e ai data scientist ad apprendere nozioni di economia aziendale.

In quest’ottica, in Italia vi sono grandi tradizioni accademiche, sia in ambito umanistico che in ambito scientifico, il che esalta il potenziale risultato che si potrebbe ottenere da politiche educative portate avanti in questi termini. Solo in questo modo si potranno fornire alla forza lavoro del domani competenze integrate in cui il digitale rappresenta una componente di pari rilevanza rispetto alle altre, al fine di concretizzare un sostanziale valore aggiunto in ambito produttivo, sfruttando quindi appieno il potenziale della trasformazione digitale e portando il Paese a ricucire il divario creatosi negli anni.

 

 

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