24.02.2026

Fintech e inclusione: i game changer digitali delle economie emergenti

Il Caffè Digitale

 

Giulia Ajmone Marsan

Da un lato i modelli fintech e l’open banking, e dall’altro la rivoluzione energetica – sostenibile e digitale – stanno formalizzando economie informali e alimentando il fenomeno startup nei paesi del Global South, dal Kenia al Brasile e fino all’India. Tra i paesi meno chiacchierati quando si tratta di digitale, ma invece dalle grandi potenzialità, ci sono Ruanda, Giordania e soprattutto Nigeria.

Tra geopolitica del digitale, potenzialità dell’intelligenza artificiale e attenzione all’inclusione femminile, a margine della quinta assemblea generale della Digital Cooperation Organization (DCO) abbiamo fatto a colazione a Kuwait City con Giulia Ajmone Marsan. Economista di fama internazionale con un passato all’OECD, fa parte del Global Foresight Network del World Economic Forum e oggi guida la divisione Startups and Digital Inclusion di ERIA (Economic Research Institute for ASEAN and East Asia) e lavora presso il Digital Innovation and Sustainable Economy Center (E-DISC), con sede a Jakarta in Indonesia.

 

Giulia Ajmone Marsan, con ERIA avete analizzato i modelli di innovazione fintech emergenti: quali sembrano più efficaci e promettenti?

In uno studio pubblicato a fine gennaio, abbiamo analizzato percorsi diversi, ma che nella sostanza appaiono piuttosto comparabili e sovrapponibili tra loro, accomunati dal connubio tra fintech e inclusione. Il Brasile ha catalizzato le startup grazie alla regolamentazione open banking del Banco Central e al sistema PIX per pagamenti istantanei, sicuri ed economici, che è riuscito a coinvolgere nel circuito anche commercianti e utenti che prima restavano esclusi. L’India ha creato la Digital Public Infrastructure (DPI), con identificativo digitale universale e la Unified Payment Interface (UPI), formalizzando l’economia informale e abilitando l’e-commerce, i sistemi per la delivery del cibo e per lo sharing dei mezzi di trasporto. Nel sudest asiatico, molti paesi a partire da Singapore, Indonesia e Malesia hanno sviluppato app per servire le cosiddette persone ‘unbanked’ – con profili economici troppo incerti per i canoni delle banche tradizionali, perché non hanno un indirizzo stabile oppure un lavoro adeguatamente formalizzato – combinando wallet digitali e analisi dati per offrire credito e polizze assicurative, determinando così un cambiamento sociale significativo. Tra queste app possiamo citare Grab, che è stata realizzata tra Singapore e Malesia e ha messo fuori mercato Uber grazie alla migliore conoscenza delle realta e dei mercati locali, e l’indonesiana GoJek, ora nota come GoTo.

 

Oltre a Sudamerica e Asia, questi modelli sono applicabili anche all’Africa?

Gli African Big Four – Nigeria, Egitto, Sudafrica e Kenya – attirano il 50% del venture capital di tutto il continente. Il Kenya è un paese che si può defiire telco-driven: a guidare la trasformazione è il sistema di pagamento M-Pesa, che usa la rete mobile per le transazioni digitali e ha ampliato di molto l’accesso. In Egitto, il fintech unicorn C6 Bank è riuscito a scalare grazie a partnership con banche locali. E in Nigeria c’è un fermento enorme, anzitutto perché è un paese con una crescita demografica esplosiva: potrebbe arrivare a rappresentare, da solo, il 25% delle nuove nascite globali. Pochi giorni fa Briter ha pubblicato l’Africa Investment Report 2025, in cui si mostra comeper la prima volta gli investimenti venture capital in Africa su solare ed energia green abbiano superato il comparto fintech. Il solare può fare da vero game changer per il continente, con pannelli solari nel deserto, senza cavi e con uno storage che diventa sempre più economico. Come titolava The Economist, “Solar power: new revolution for Africa”: nei paesi tropicali, peraltro, la rivoluzione energetica ha un potenziale ancora maggiore rispetto al Golfo.

 

Quali temi stanno dominando la digitalizzazione dei paesi del Global South? E quale ruolo può avere la leadership politica?

Come emerso anche nelle riunioni della Digital Cooperation Organization (che a oggi riunisce 16 paesi tra Golfo, Medio Oriente, Asia e Africa, più Cipro e Grecia), l’attività riguarda lo sviluppo delle economie digitali secondo principi di accessibilità e sostenibilità, intrecciati alla trasformazione digitale. Sono gli stessi temi caldi anche in Europa – basti pensare alla twin transition, discussa da anni a Bruxelles – ma con un forte accento sull’inclusione digitale e una particolare attenzione al ruolo delle donne, dall’occupazione femminile nelle aziende tech alla partecipazione all’economia digitale. Molti stati hanno attivato azioni concrete, come il training per donne e ragazze dalla Giordania al Ruanda.

 

Ci sono altri trend che ritiene rilevanti?

Grande spazio nelle agende politiche è dedicato alla governance dell’intelligenza artificiale (dal contrasto alla disinformazione all’impatto trasformativo sul mondo del lavoro, ndr), consapevoli che i rischi delle tecnologie digitali sono globali, non solo africani o europei. Molti stati tra Asia e Golfo, per esempio, stanno limitando l’accesso ai social per i minori di 16 anni. Un ulteriore trend che mi ha colpito è quello della Technology for Peace: si cita esplicitamente il nesso tra pace e digital come asse strategico futuro, in assonanza con il Global Digital Compact dell’ONU.

 

Che tipo di interesse, o di attenzione, può avere un paese come l’Italia rispetto a queste dinamiche di digitalizzazione?

La stampa italiana che si occupa di digitale si concentra perlopiù su Stati Uniti e Cina, ma spesso restano fuori dai radar altre realtà con opportunità eccellenti. Posizionarsi presto su Africa, Asia e altri paesi emergenti con mercati in forte espansione è strategico. Per le imprese italiane ed europee, guardare al Global South e al Medio Oriente non significa solo Dubai, ma anche realtà come Nigeria, Ruanda, Oman e Marocco, che in questo momento offrono opportunità sorprendenti.

 

Gianluca Dotti
Giornalista, TIG – The Innovation Group

 

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