29.01.2026

Dall’AI alle biotecnologie, il progresso bussa alla porta

Il Caffè Digitale

 

Coding totalmente automatizzato. Data center giganti. Chatbot che sostituiscono una relazione. Genetica di precisione e genetica oltre l’etica. Sono alcune delle tecnologie protagoniste del 2026.

Quali saranno le tecnologie protagoniste del 2026? Bolle in pentola qualcosa di davvero dirompente, anzi di più, qualcosa di rivoluzionario? A leggere le previsioni di molti accreditati osservatori (dovremmo citarne decine), si direbbe che l’intelligenza artificiale sarà ancora il perno di molte discussioni e promesse. Ma allargando lo sguardo fuori dall’ambito dell’informatica, come fa ogni anno nelle sue previsioni MIT Technology Review, vedremo innovazioni o forse rivoluzioni anche nel campo delle biotecnologie, dell’energia e dell’economia dello spazio.

 

L’esercito dei giganti

Tra gli “avanzamenti che, crediamo, quest’anno muoveranno il progresso o stimoleranno maggiori cambiamenti, nel bene e nel male”, scrivono i redattori di MIT Technology Review, c’è prevedibilmente l’AI. Tra i protagonisti del 2026 ci sono innanzitutto i data center hyperscale (anche detti cloud data center o AI Factory), cioè enormi infrastrutture di calcolo in cui decine o centinaia di migliaia di Gpu sorreggono applicazioni di addestramento e inferenza.

Il loro numero, la capacità di calcolo e il fabbisogno energetico inevitabilmente cresceranno, considerando che aziende come Amazon, Google, Meta, Microsoft e OpenAI vi stanno investendo cifre nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari. Nella gara a fare di più, Elon Musk ha da poco annunciato l’operatività di Colossus 2, il nuovo gigantesco data center di xAI, con prestazioni e consumi energetici da record. Con circa 550.000 acceleratori Nvidia già in funzione, Colossus 2 sfonda la soglia di 1 GW di potenza dedicata all’addestramento di modelli (al servizio del discusso Grok) in un singolo data center, ma ancora non basta: xAI vuole arrivare a 1,5 GW entro il prossimo aprile, salendo poi a 2 GW in future configurazioni.

 

L’AI prende il sopravvento nel coding

Nell’oroscopo tecnologico del 2026 c’è anche il generative coding, cioè la scrittura di codice automatizzata o assistita dall’intelligenza artificiale, che altri chiamano vibe coding (espressione che però indica non tanto la tecnica ma l’approccio, l’attitudine a scrivere codice seguendo la “vibrazione”). Se ne è parlato fin dal lancio di ChatGPT e dei suoi emuli, ma se inizialmente i Large Language Model già funzionavano bene nell’analisi di grandi volumi di dati e nella generazione di contenuti, non erano altrettanto performanti nel coding.
Fino a poco tempo fa l’AI veniva usata un po’ con la mano sinistra, soprattutto per il debugging (correzione dei problemi) o come supporto per la scrittura di funzioni. Oggi, invece, strumenti come GitHub Copilot, Cursor, Lovable o Replit permettono anche ai profani di creare interamente app per smartphone, giochi, siti Web o altri prodotti digitali in poche mosse, in pochi prompt. E anche le Big Tech, a cui certo non mancano gli sviluppatori esperti, sfruttano l’AI per velocizzare i progetti e per tagliare i costi. Circa il 30% del codice creato all’interno di Microsoft è opera dell’intelligenza artificiale, a detta dell’azienda di Redmond, mentre Google è arrivata al 25%.

 

Relazioni artificiali

L’intelligenza artificiale torna una terza volta nelle previsioni di MIT Technology Review, in forma di AI companion (o social companion): chatbot progettati per dialogare simulando empatia e mostrando di avere una personalità. Sebbene sia possibilissimo, in teoria, usarli solo per fare conversazione in leggerezza, per diatribe filosofiche o per allenarsi nella pratica di una lingua straniera, spesso questi strumenti vengono utilizzati per trovare supporto psicologico o finiscono per diventare il sostituto di un’amicizia, un partner, una figura parentale. Servizi come Replika, il pioniere del settore, permettono anche di creare un avatar e di fare videochiamate con l’interlocutore artificiale.

La frequentazione degli AI companion riguarda soprattutto i più giovani, con tutti i rischi che ne derivano. Secondo un recente studio di Common Sense Media, negli Stati Uniti il 72% degli adolescenti ha almeno una volta dialogato con un chatbot “compagno”. Tra costoro, uno su tre si è sentito a disagio per qualcosa che il programma ha detto o ha fatto; uno su tre, inoltre, ha preferito il chatbot a una persona reale per discutere di questioni importanti o gravi.

 

Aprire la “scatola nera”

Di fatto, ogni giorno centinaia di migliaia di persone interrogano strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude senza chiedersi come sia stato prodotto un contenuto o una risposta, in base a quali dati e criteri. Il problema però è reale, specie se pensiamo ai potenziali abusi di queste tecnologie per scopi di disinformazione o propaganda, oppure ad attacchi informatici che alterano il modello sottostante e, a cascata, i suoi output. In un ambito come la sanità, per esempio, la trasparenza dell’intelligenza artificiale non è un optional.

Tuttavia non dobbiamo per forza arrenderci al fatto che l’intelligenza artificiale sia una black box. Per “smontare” la scatola nera esistono metodi e tecniche di reverse engineering e di explainable AI (intelligenza artificiale “spiegabile”) e nei prossimi mesi è probabile che sentiremo parlare anche di interpretabilità meccanicistica. Si tratta allo stesso tempo una tecnica di ingegneria inversa e di un campo di ricerca che esamina i meccanismi di calcolo delle reti neurali artificiali. La Mechanistic Interpretability può mettere a nudo i modelli di AI per trovare eventuali difetti o pregiudizi (bias), ampliando il margine di controllo dell’uomo su una tecnologia sempre più potente e complessa.

 

Dalla resurrezione genetica al turismo spaziale

Fuori dai confini dell’informatica, la “top 10” di quest’anno è dominata dalle biotecnologie e dalle tecnologie per l’energia, con un’incursione nella space economy. Crescerà, nel mondo, il ricorso al nucleare come alternativa ai combustibili fossili o alle rinnovabili intermittenti, non sempre adatte o sufficienti laddove sia richiesta una continuità certa. L’avanzamento del nucleare è legato ai piccoli reattori modulari, che presentano vantaggi di costi ridotti, tempi di realizzazione più brevi e maggiore flessibilità per diverse applicazioni.

L’elenco dà spazio anche alle batterie agli ioni di sodio, che potrebbero gradualmente sostituirsi alle tecnologie basate su litio. Adatte a sistemi di accumulo e auto elettriche, presentano diversi vantaggi, tra cui la buona potenza in uscita, le ottime prestazioni a basse temperature, la resistenza agli incendi e costi di produzione che, a tendere, saranno inferiori a quelli delle batterie al litio.

Ci sono altri tre fenomeni da tenere d’occhio nel campo delle biotecnologie: uno è l’editing genomico personalizzato. Tecniche di ingegneria genetica di precisione come il CRISPR (Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats, anche detta “forbici molecolari”), che permettono di correggere errori genetici, inserire, rimuovere o sostituire sequenze di DNA, hanno alle spalle più di un decennio di sperimentazioni. Ma solo nel febbraio del 2025 per la prima volta dell’Ospedale Infantile di Philadelphia è stato realizzato un intervento di editing genomico ad personam e fuori dal laboratorio, su un bimbo di sette mesi affetto da una grave malattia metabolica.

Più controversa è un’altra biotecnologia che sta movimentando investimenti: la “resurrezione genetica” o “de-estinzione”, ovvero l’impiego di tecniche di editing del DNA per riportare in vita specie estinte. Il pensiero va automaticamente a Jurassic Park o alla povera pecora Dolly, “generata” in Scozia nel 1996, primo mammifero clonato con successo a partire da una cellula mammaria. Se Dolly visse per sette anni, esperimenti fallimentari (come quello dello stambecco dei Pirenei clonato nel 2003, vissuto solo per pochi minuti) evidenziano i rischi di queste manipolazioni della biologia. Auguriamo più fortuna al futuro mammut, o meglio all’ibrido elefante-mammut a cui sta lavorando la società  biotech texana Colossal Biosciences: dopo aver raccolto 200 milioni di dollari di finanziamenti, ha promesso di riportare sulla Terra il pachiderma del Cenozoico nel 2028. In wishlist ci sono anche il dodo e la tigre della Tasmania.

Quest’anno proseguirà anche il dibattito sull’embryo scoring, cioè sulle tecniche di valutazione degli embrioni prima della fecondazione in vitro. Con un’analisi delle caratteristiche morfologiche e con algoritmi di intelligenza artificiale viene determinato un punteggio che misura la probabilità di gravidanze senza complicazioni e il rischio di malattie genetiche. Fin qui niente di nuovo, sono tecniche impiegate fin dagli anni Novanta. Oggi, però, esistono startup come le statunitensi Genomic Prediction, Heliospect Genomics e Orchid, che aiutano a predire non solo il rischio di patologie come diabete o cancro ma anche l’altezza e le capacità cognitive del nascituro. Selezionare un embrione in base alla presunta intelligenza sottesa nel DNA assomiglia a una forma di eugenetica senza etica, che non a caso in Italia e in molti Paesi è vietata (ma non negli Stati Uniti, dove comunque non è chiaramente regolamentata).

L’unica tecnologia, fra le dieci selezionate, che ci consente di alzare gli occhi al cielo sono le stazioni spaziali commerciali, destinate non solo a supportare missioni scientifiche ma anche a facoltosi “turisti”. Aziende come la Blue Origin di Jeff Bezos (che ha già fatto discutere lo scorso aprile, tra critiche e meme, per il volo da 11 minuti di un gruppo di ricchissime), Axiom Space, Vast Space, Virgin Galactic e Voyager Space permetteranno a selezionati passeggeri di sperimentare la microgravità e spettacolari visioni della Terra.

 

I “flop” da dimenticare

Imparare dagli errori del passato è sempre utile, anche nell’ambito del digitale. E nel 2025 non sono mancati i lanci fallimentari, le idee strampalate o semplicemente stupide. Secondo  MIT Technology Review, il peggio si è visto con $TRUMP, la criptovaluta di tipo meme coin (token digitali legati a immagini umoristiche che circolano sui social) che richiamava l’immagine e il branding di Donald Trump, lanciata nel gennaio 2025 sulla blockchain di Solana. Oltre a presentare un rischio di altissima volatilità, come tipico dei meme coin, $TRUMP ha attirato critiche per via del conflitto di interesse tra il ruolo istituzionale e politico del presidente Usa e l’attività commerciale e finanziaria di una criptovaluta.

Altra disastrosa commistione fra politica e potere economico e imprenditoriale è stata l’iniziativa DOGE (Department of Government Efficiency) di Elon Musk, lanciata a  inizio 2025 per aiutare la Casa Bianca a ridurre la spesa pubblica. Spregiudicati tagli di posti di lavoro e mancato raggiungimento degli obiettivi hanno alimentato il malcontento e spinto a chiudere il progetto dopo soli quattro mesi. Intanto, però, le vendite di auto elettriche e le azioni Tesla erano già crollate.

Ha la firma di Elon Musk un altro flop del 2025, un disastro commerciale più che tecnologico: il Cybertruck di Tesla. Dopo anni di temporeggiamento, è stato lanciato nel 2024 con un buon riscontro di quasi 39mila veicoli venduti. L’anno seguente, però, le immatricolazioni sono crollate a poco più di 20mila, risultato lontanissimo dalle centinaia di migliaia a cui puntava Musk.

Può almeno suscitare simpatia NEO, un “robot domestico” umanoide che aiuta nelle faccende domestiche, progettato dalla startup 1X e attualmente in preordine. L’idea è valida, ma NEO ha due grossi problemi. Il primo è il prezzo: 499 dollari per il noleggio mensile, 20.000 per l’acquisto. L’altro problema sono la scarsa efficienza del robot e la sua lentezza: secondo il Wall Street Journal, impiega più di due minuti per piegare una maglietta e non riesce a svolgere azioni semplici come aprire una noce. Inoltre, pur pubblicizzato come “autonomo di default”, spesso il robot necessita di essere comandato da remoto, da una persona che indossa visori.

Pioggia di critiche, da utenti e da addetti ai lavori, anche per l’AI sicofantica (Sycophantic AI), cioè per la tendenza di programmi come ChatGPT ad adulare l’utente o ad assecondarlo quando ha torto, pur di non restare senza qualcosa da dire. Può dipendere dal tipo di addestramento e anche dai prompt ricevuti, fatto sta che l’adulazione non è così semplice da estirpare, sebbene gli sviluppatori di Large Language Model ci stiano lavorando (principalmente con tecniche di Addestramento con feedback umano e strumenti di supervisione).

Tra i flop del 2025 c’è anche la già citata Colossal Biosciences, che pure compare anche tra le promesse di rivoluzione futura. L’azienda ha annunciato di aver fatto nascere tre esemplari di enocione, o lupo terribile, una specie scomparsa da almeno 10mila anni.

Dopo il clamore mediatico, con tanto di copertina del Time dedicata, la comunità scientifica ha ridimensionato il tutto, sottolineando che si trattava di canidi geneticamente modificati e solo in parte simili alla specie estinta. Il 2025 è stato anche l’anno in cui l’Apple Watch a “emissioni zero”, così descritto da Cupertino al suo lancio nel 2023, è stato decretato come tutt’altro che ecologico. Apple aveva dichiarato la neutralità carbonica dei modelli Series 9, SE e Ultra 2, in virtù dell’energia rinnovabile usata e dei progetti di compensazione delle emissioni di gas serra prodotte. Lo scorso agosto, però, un tribunale di Francoforte ha bollato l’operazione come greenwashing, dato che molte delle attività di compensazione realizzate da Apple non avrebbero effetti certi e duraturi.

Bocciatura sonora anche per le azioni antivax del Segretario della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d’America, Robert Francis Kennedy Jr., che ha cancellato mezzo miliardo di dollari di fondi destinati a progetti di ricerca su vaccini a mRNA. Un fallimento di altro tipo è stata la chiusura della sezione di Wikipedia in lingua groenlandese: da strumento di preservazione linguistica per un idioma parlato da meno di 60mila persone, purtroppo era diventata una collezione di articoli frutto di traduzioni automatiche e pieni di errori. Un segno nel fatto che in certi casi, ancora, dell’intelligenza artificiale è meglio fare a meno.

 

Valentina Bernocco
Conten Manager, TIG – The Innovation Group

 

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