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Web tax: Ue e Ocse insistono, ma manca intesa tra gli Stati

Lo scorso 21 marzo la Commissione Europea ha presentato due proposte legislative per garantire una tassazione equa delle attività digitali nella Ue. Anche l’ OCSE, in vista della prossima riunione del G20, si è espressa a riguardo, ribadendo l’importanza della costituzione di un sistema fiscale globale equo. Risulta, tuttavia, difficile raggiungere un accordo internazionale unanime.

La digitalizzazione ha sollevato numerose sfide per la politica pubblica rendendo indispensabile l’elaborazione di strumenti di regolamentazione e controllo; a tal proposito la Commissione Europea, lo scorso 21 marzo, ha presentato una proposta per affrontare la questione della tassazione dell’industria digitale articolata in due fasi: nella prima verrà definita, temporaneamente ed applicabile da subito, una tassa del 3% da attuare sui ricavi derivanti dalla vendita di spazi pubblicitari (come Google), dalla cessione di dati (come Facebook) e dalle attività di intermediazione tra utenti e business (come Uber), e riguarda società con un fatturato globale superiore a 750 milioni di euro ed un fatturato generato nell’ Unione Europea pari almeno a 50 milioni di euro;  la “web tax” europea sarà applicata nell’attesa di una soluzione di lungo periodo, volta, invece, a riformare le norme in materia di imposta sulle società per le attività digitali, così che le imprese online contribuiscano alle finanze pubbliche allo stesso modo delle società tradizionali.

Nella fattispecie questa proposta, preferita dalla Commissione, prevedrà un nuovo meccanismo fiscale che obbligherà i colossi del digitale a registrare i profitti e pagare le tasse nel paese dove questi sono effettivamente generati (anche se le aziende non hanno una presenza fisica nello specifico territorio) e non in paesi terzi, molto spesso preferiti per la loro bassa imposizione fiscale.

Le misure previste dalla seconda proposta che, una volta messa a punto, sostituirà l’imposta sul fatturato, appaiono necessarie. Quello dell’elusione fiscale, infatti, è un problema molto frequente nelle società digitali, dal momento che, date le caratteristiche immateriali del loro business, riescono ad evadere il fisco molto facilmente.

Prima di entrare in vigore, le due proposte dovranno essere approvate dal Parlamento europeo e, all’unanimità, dai governi dell’Unione riuniti nel Consiglio dell’Unione Europea (unanimità difficile da raggiungere dal momento che dovranno votare a favore anche Irlanda e Lussemburgo, due paesi con imposizione fiscale molto bassa e che non trarrebbero vantaggio, dunque, dall’ attuazione delle predisposizioni previste dalla commissione).

L’annuncio della Commissione, peraltro, arriva in un momento delicato, in particolare per Facebook, sotto attacco per il caso Cambridge Analytica, e per le grandi società del settore digitale in generale, accusate di pagare sempre meno tasse.

Intanto del tema si è discusso anche in seno all’Ocse, che più volte si è mostrata sensibile all’argomento (si consideri, ad esempio, il progetto International Compliance Assurance Programme (ICAP), nato nell’ambito del Forum Ocse sull’Amministrazione Fiscale).  L’Organizzazione ha, inoltre, dichiarato che l’impatto della digitalizzazione dell’economia sul sistema fiscale internazionale è una questione di cruciale importanza  e in quanto tale bisogna trovare una soluzione che sia condivisa da tutti entro il 2020.

Tuttavia, i 110 paesi che fanno parte del gruppo pilota guidato dall’Ocse, hanno opinioni divergenti in merito e molti governi (in particolare quello americano)  ritengono che tali misure comporterebbero impatti negativi su investimenti, innovazione e crescita, nonché effetti distorsivi sulla produzione.

Sembrerebbe, dunque, che le soluzioni proposte, sia in ambito europeo che in sede Ocse, pur rappresentando un enorme progresso rispetto alla situazione attuale, dove ogni stato gode di un elevato margine di autonomia, presentano evidenti limiti: richiederebbero, infatti, accordi internazionali che al momento, a causa del prevalere degli interessi economico – commerciali dei singoli stati, appaiono molto lontani.