Data center, una corsa a ostacoli in cui inciampano anche le Big Tech
Il Caffè Digitale

Tra autorizzazioni mancanti e incertezze sui tempi, energia e ambiente sono aspetti critici che condizionano la corsa ai data center. I casi di Microsoft e Google.
I giganteschi data center per l’intelligenza artificiale e per i servizi cloud di Microsoft, Google, Aws e altri hyperscaler hanno un costo. Anzi, diversi costi che si misurano non solo in decine di miliardi di dollari di investimenti ma in impatti ambientali e in un fabbisogno di energia enorme. Come noto, le Big Tech stanno continuando a spendere e a stringere accordi con istituzioni e territori per aumentare la potenza di calcolo erogata dall’Europa, così da garantire la sovranità dei dati (o almeno la residenza dei dati in UE) affidati al cloud e alle applicazioni di intelligenza artificiale. Ma non sempre tutto fila per il verso giusto, e quelli che possono sembrare momentanei inciampi forse sono i sintomi di problemi profondi.
Pensiamo a quanto accaduto in Finlandia a Google, che a inizio settembre aveva annunciato il suo maggiore investimento europeo di sempre: ben 13 miliardi di euro da spendere entro il 2028 per realizzare data center e infrastrutture di supporto in quattro aree geografiche. Parte dell’investimento era destinato a progetti di energia pulita e a iniziative locali di formazione, ricerca, supporto all’istruzione e alla biodiversità. Google si era anche impegnata in un accordo di acquisto di energia nucleare della durata di 22 anni, direttamente dall’utility a controllo statale finlandese.
A distanza di un mese, però, l’autorità governativa che rilascia i permessi per progetti di varia natura, la Finnish Licensing and Supervision Authority, ha chiesto di interrompere i lavori di costruzione dei primi due centri dati, nelle località di Muhos e Kajaani. Si è scoperto che Tuike Finland Oy, la società finlandese sussidiaria di Google, a Muhos ha abbattuto 330 ettari di foresta prima di aver completato la valutazione di impatto ambientale, come denunciato dall’ente di tutela ambientale Finnish Association for Nature Conservation. A Kajaani, invece, l’azienda ha effettuato operazioni di disboscamento su quasi 200 ettari.
Google ha quindi ammesso di “non aver soddisfatto i propri elevati standard”, pur avendo “agito in buona fede ai sensi della legge forestale, conducendo indagini naturalistiche e adottando misure per proteggere le aree di maggior valore”. Ha poi ricordato il proprio impegno per “opere di riqualificazione paesaggistica e tutela della biodiversità”, tra cui a Muhos la piantumazione di alberi su una superficie di 130 ettari (che sono comunque meno della metà della superficie disboscata finora). L’azienda ha anche promesso di attenersi alle indicazioni fornite dell’autorità finlandese, con l’intenzione di proseguire i lavori. L’esito lo conosceremo entro la fine dell’anno, quando sarà stata ultimata la valutazione ambientale per i progetti di Muhos e di Kajaani.
L’energia è una questione di tempo
Il caso di Microsoft, di cui si è parlato a metà ottobre, solleva un altro risvolto critico della corsa all’intelligenza artificiale: la sostenibilità energetica. In Essex, contea dell’Inghilterra orientale, e più precisamente a Loughton l’azienda avrebbe dovuto avviare il maggiore data center “sovrano” per l’AI di tutto il Regno Unito: una infrastruttura contenente più di 23mila Gpu di Nvidia, ideali per l’addestramento di modelli e l’inferenza. L’investimento previsto era di 31 miliardi di dollari e rientrava nel più ampio “Tech Prosperity Deal”, un accordo bilaterale tra il governo britannico e gli Stati Uniti. Il progetto di Loughton era infatti stato annunciato durante una visita di Donald Trump in terra britannica, nel settembre del 2025, e la definizione di “maggiore centro dati sovrano per l’AI nel Regno Unito” è dell’allora primo ministro, Keir Starmer.
Alla base dell’iniziativa c’era un accordo tra Microsoft e Nscale, la società neocloud che avrebbe dovuto fornire l’infrastruttura fisica per i servizi Azure, con avvio delle attività previsto nel 2027. Il condizionale è necessario perché l’azienda di Satya Nadella si è improvvisamente sfilata dall’accordo, rinunciando di fatto a potenziare la propria capacità di servire la clientela britannica (o meglio quella parte di clientela attenta agli aspetti di residenza dei dati). L’incertezza sulle tempistiche ha spinto Microsoft al dietrofront: a causa di problemi di approvvigionamento di elettricità su Londra e nel sud-est dell’Inghilterra, il taglio del nastro potrebbe slittare al 2030. Ben tre anni di ritardo, un’eternità per i tempi della tecnologia e della competizione tra Big Tech.
La decisione potrebbe intaccare le ambizioni di crescita di Nscale, il cui giro d’affari dipende in larga misura da pochi grandi committenti, tra cui Anthropic e la stessa Microsoft. La startup neocloud ha depositato da qualche settimana la documentazione per il debutto sul New York Stock Exchange e punta a una valutazione compresa tra i 30 e i 35 miliardi di dollari, anche se (come riportato da Bloomberg e altre testate) i potenziali investitori hanno espresso riserve, suggerendo una più realistica forchetta compresa tra 16 e 19 miliardi di dollari. “Il nostro rapporto con Microsoft rimane solido e a lungo termine”, ha dichiarato a Reuters un portavoce di Nscale. “Questo spiacevole problema alla rete elettrica, che ha interessato l’intera area di Londra, non ha alcun impatto sugli altri nostri contratti”. L’azienda ha anche ribadito il proprio impegno per il data center di Loughton e sta attualmente valutando “fonti di energia alternative per questo sito, oltre ad altre possibili sedi per un’espansione nel Regno Unito”, ha aggiunto il portavoce. Specularmente, Microsoft ha precisato che la rinuncia riguarda un singolo progetto e che la collaborazione con Nscale andrà avanti. Il caso è comunquesintomo di uno scollamento tra la velocità dell’innovazione tecnologica, della corsa agli investimenti e alla costruzione di data center, da un lato, e le difficoltà di approvvigionamento energetico dall’altro.
Nuove regole, problemi irrisolti
Consumi e impatto ambientale, come traspare dalle vicende di Google in Finlandia e di Microsoft in Regno Unito, sono aspetti su cui le Big Tech possono facilmente inciampare, a dispetto dell’enorme forza economica e politica di queste società. E più che piccoli inciampi, si tratta forse di segnali dell’esistenza di ostacoli non volatili o addirittura strutturali, che non possono essere superati con le sole energie rinnovabili o con la promessa di qualche albero da piantare. Sono temi con cui dovremo familiarizzare perché, immaginiamo, rimarranno nel dibattito sia mediatico sia normativo dei prossimi anni, a livello sia europeo sia nazionale. Lo scorso giugno, nella proposta legislativa del Cloud and AI Development Act, la Commissione Europea ha previsto che vengano individuate come “zone di accelerazione” quelle aree geografiche favorite da un facile accesso alle energie rinnovabili.
Il governo italiano, invece, ha cercato di accorciare i tempi di avvio delle infrastrutture (sia da greenfield sia da brownfield) con il nuovo procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di centri dati: per i soggetti richiedenti è previsto un solo iter anziché diversi procedimenti di autorizzazione, ambientali, urbanistici ed energetici. Un iter rapido, della durata massima di dieci mesi dalla verifica della completezza della documentazione (con proroga di tre mesi in “circostanze eccezionali” dovute alla natura, complessità, ubicazione o portata del progetto), che in teoria dovrebbe semplificare la burocrazia e velocizzare i tempi di apertura dei cantieri. Aspetto importante, per la connessione alla rete elettrica sarà possibile indicare nei documenti una soluzione temporanea di alimentazione in media tensione, con l’obbligo di specificare successivamente la soluzione definitiva. Citiamo anche l’iniziativa apripista della Regione Lombardia, che in anticipo su tutti ha approvato un proprio progetto di legge sui data center (Progetto di Legge n.150). In base al testo proposto, per i data center che evitano il consumo di suolo agricolo il contributo di costruzione sarà inferiore, e inoltre verrà data priorità a quelli che prevedono l’utilizzo di fonti rinnovabili, l’esclusione dell’acqua potabile per i sistemi di raffreddamento e il riuso del calore per il teleriscaldamento.
La burocrazia si allenta, quindi, e sia in Italia sia in Europa si prospettano condizioni (anche fiscali) più favorevoli per i progetti a basso impatto ambientale. Il problema del fabbisogno energetico però non scompare. In base ai dati di Terna, ad agosto in Italia si contavano 531 domande di connessione alla rete elettrica nazionale per nuovi progetti di data center, per un totale di 95 gigawatt di fabbisogno richiesto, contro i 69 gigawatt conteggiati a fine 2025. Come evidenziato da Roland Berger nel suo recente studio “Datacenter Model”, negli Stati Uniti i tempi di allaccio alla rete elettrica per un centro dati vanno da uno a tre anni, mentre in Europa possono estendersi fino a sette. Per infrastrutture energivore come le AI Factory, allora, la competizione tra colossi tecnologici, tra Stati e continenti si giocherà non solo sulla capacità di investimento ma anche sul tempo.
Valentina Bernocco
Content Manager, TIG – The Innovation Group
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