29.10.2026

Sanità digitale, il valore dei servizi si misura nei pazienti

Il Caffè Digitale

 

Con risorse pubbliche limitate e costi di gestione in crescita, le tecnologie digitali sono chiamate a provare il proprio contributo effettivo al miglioramento dei percorsi di cura. Archivi clinici diffusi ma poco valorizzati, scarse abilità digitali e una consultazione del fascicolo sanitario molto disomogenea sono solo alcune delle sfide impellenti.

La spesa sanitaria pubblica italiana si attesta da anni al 6,3% del PIL, e dentro questo perimetro ogni comparto è chiamato a giustificare le risorse che riceve. Il settore farmaceutico riesce meglio di tutti, tanto da essere l’unico ad ampliare la propria quota, perché ha imparato a dimostrare con i numeri quanto i suoi prodotti riducano i ricoveri e le prestazioni ambulatoriali necessarie.

La stessa prova attende oggi la sanità digitale, che dopo anni di investimenti deve rendere misurabili i benefici portati a pazienti, professionisti e bilanci. Con i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ormai spesi, le aziende sanitarie si ritrovano con infrastrutture più robuste e una dotazione tecnologica ampliata, che d’ora in avanti dovrà essere mantenuta e fatta fruttare contando soprattutto – e quasi soltanto – sulle proprie risorse. Sullo sfondo pesa il ritardo del nostro Paese nell’alfabetizzazione digitale, che colloca l’Italia al diciannovesimo posto nell’Unione europea per competenze di base, sensibilmente al di sotto della media comunitaria.

Attorno a questi nodi si è sviluppata l’edizione 2026 dell’Healthcare Innovation Summit, che l’8 e il 9 ottobre a Milano ha riunito circa 400 addetti ai lavori in concomitanza con il convegno nazionale dell’Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità (AISIS). Al centro dell’edizione, il contributo che digitale e intelligenza artificiale possono offrire all’appropriatezza delle cure, alla produttività delle strutture e alla sostenibilità del sistema sanitario.

 

Costi operativi, dati clinici e AI generativa nelle aziende sanitarie

I primi risultati di un’analisi congiunta condotta da TIG – The Innovation Group, AISIS e Cergas (il Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale dell’Università Bocconi), presentati al pubblico e alla stampa in occasione del Summit, descrivono una fase di transizione. Per il 61% delle aziende meno di un terzo degli investimenti finanziati dal PNRR rientra in piani pluriennali che vanno oltre il 2026, mentre nei budget per le tecnologie digitali cresce il peso dei fondi aziendali. «La spesa in conto capitale comincia a dare segni di calo, mentre la componente dei costi operativi comincia a salire», osserva la research e content manager di TIG Camilla Bellini.

Sul fronte dei dati, i repository clinici sono presenti quasi ovunque e integrati con buona parte dei sistemi ospedalieri, ma vengono usati soprattutto per la cura diretta del paziente, lasciando ai margini le attività di ricerca clinica, quelle di prevenzione e di programmazione. «Una governance dei dati piena e completa richiede l’identificazione di nuovi ruoli, con cui come sistema dobbiamo ancora familiarizzare pienamente», osserva Francesco Petracca, ricercatore Cergas. Tra le figure che cominciano a diffondersi c’è il data steward, incaricato di garantire la qualità delle informazioni, affiancato in alcune aziende da unità interamente dedicate alla gestione del dato.

Più cauto il quadro sull’intelligenza artificiale generativa, che molte aziende considerano ancora esterna al proprio perimetro. «Mi è capitato di entrare in un pronto soccorso dove il referto raggruppava tre diagnosi in un testo descrittivo, con un codice generico nel campo dedicato: questo è il presupposto per cui l’AI non può funzionare», racconta Claudio Caccia, presidente onorario di AISIS. «Dobbiamo costruire modelli sempre più affidabili e avere la capacità di misurarli in modo indipendente da quello che raccontano i fornitori».

 

Dall’aderenza terapeutica al fascicolo, l’impatto da misurare

Le metriche più usate dall’informatica sanitaria, dal numero di utenti attivi alla stabilità dei sistemi, descrivono il funzionamento degli strumenti e lasciano in ombra i loro effetti sull’assistenza. «Nessuno si sta occupando di trasformazione dei servizi: è un terreno vergine, contendibile, rispetto a cui mancano le competenze», afferma Francesco Longo, professore di Management pubblico e sanitario in Bocconi. L’esempio più significativo riguarda i pazienti cronici: il 50% degli ipertesi italiani assume i farmaci in modo irregolare, mentre i sistemi informativi registrano già in tempo reale chi non ritira un farmaco prescritto o non ne chiede il rinnovo. «L’aderenza alla terapia è salute, mentre una visita o un accertamento diagnostico in più non lo sono», osserva Longo. Riuscire a portare dal 50% al 70% la quota di ipertesi che seguono correttamente le cure darebbe ai responsabili dei sistemi informativi un argomento solido per chiedere risorse stabili.

Un altro aspetto della questione riguarda i cittadini chiamati a utilizzare questi servizi. «Senza politiche di inclusione adeguate, l’innovazione tecnologica rischia di diventare, anzi per certi aspetto lo è già, un nuovo fattore di diseguaglianza e un nuovo determinante di salute», avverte Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – il Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze – ricordando che il consenso alla consultazione del fascicolo elettronico tocca il 93% in Emilia-Romagna e scende a una sola cifra in alcune regioni del Sud. Anche la telemedicina, arrivata a sfiorare il milione di prestazioni, resta difficile da leggere in assenza di dati aperti per regione e tipologia. «Lo sviluppo delle tecnologie è straordinariamente più veloce della capacità adattiva dei sistemi sanitari, e se questi non cominciano quantomeno a camminare il divario si amplierà ogni giorno», chiarisce Cartabellotta.

La fase che si apre dipenderà dalla capacità di tradurre infrastrutture all’avanguardia ed enormi patrimoni informativi in indicatori di servizio leggibili da chi governa la spesa, investendo con pari determinazione sulle persone chiamate a usarli. Se così non fosse, avremmo costruito una meravigliosa cattedrale di tecnologie, ma in un deserto.

 

Gianluca Dotti
Giornalista, TIG – The Innovation Group

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