25.05.2026

Crescita, scalabilità e AI: la ricetta per il software italiano

Il Caffè Digitale

 

Questo mese abbiamo intervistato Roberto Bellini, Direttore Generale di AssoSoftware, un’associazione che da più di trent’anni supporta le aziende del settore del software in Italia, tra la gestione della compliance e l’attività di studio del settore. Con lui abbiamo parlato della salute del settore, tra sfide strutturali e nuove opportunità generate dall’AI.

 

Iniziamo dallo stato del settore del software in Italia. Cosa emerge dai vostri osservatori?

Si tratta di un comparto solido, con prospettive di crescita significative, ma ancora sottodimensionato e, soprattutto, non adeguatamente sostenuto. I numeri[1] sono eloquenti: in Italia, prendendo a riferimento i codici Ateco, i produttori di software sono circa 26mila. Il dato esatto delle aziende che sviluppano software nel nostro Paese non è noto con precisione, ma la filiera riconducibile a quei codici si attesta su questo ordine di grandezza. Sembra un numero elevato, ma il confronto con gli altri principali Paesi europei lo ridimensiona: a parità di perimetro, la Francia conta oltre 60mila imprese e la Germania più di 40mila. A questo si aggiunge la presenza, in entrambi i Paesi, di veri e propri campioni del software, basti pensare a Sap, ma anche a diverse realtà francesi, con dimensioni due o tre volte superiori a quelle dei nostri maggiori operatori. In sintesi, all’estero coesistono sia grandi player sia un ampio tessuto di piccole e microaziende del software.

 

Perché è importante considerare anche la numerosità delle piccole e microaziende?

Per portare la digitalizzazione a imprese e cittadini servono ambasciatori, consulenti ed esperti di digitale. Come ricordano regolarmente anche le rilevazioni europee, l’Italia si colloca agli ultimi posti per competenze digitali e, non a caso, registra un numero inferiore di aziende attive nel settore. È quindi necessario crescere sia in termini di numerosità sia in termini di capacità del personale specializzato, in grado di offrire attivazioni, formazione e consulenza a tutte le imprese che devono affrontare concretamente la trasformazione digitale. I campioni digitali sono certamente indispensabili per competere in un mercato internazionale sempre più sfidante, ma serve anche una filiera articolata di piccole e medie imprese che collabori con questi player e che, sul territorio, garantisca distribuzione, installazione, consulenza, formazione e personalizzazione dei prodotti. Il Made in Italy, lo ricordiamo spesso, non si esaurisce nel food, nella moda o nella meccanica di precisione: è anche fatto di digitale e di software. In Italia operano numerose piccole imprese che sviluppano soluzioni di alto livello, molto apprezzate quando riescono ad affermarsi all’estero; la principale criticità resta però proprio l’internazionalizzazione, frenata anche da fattori culturali e di mentalità. Si tratta in larga parte di prodotti pensati su misura per specifici settori verticali: avendo l’Italia i propri campioni nei comparti tradizionali del Made in Italy, chi fornisce loro software e tecnologie digitali ha sviluppato soluzioni di eccellenza. È in questa logica che AssoSoftware ha promosso un marchio del software Made in Italy, in collaborazione con l’Istituto Tutela Prodotti Italiani – ente che cura certificazione e audit – per valorizzare le soluzioni realizzate in Italia. Il marchio non si riferisce alla proprietà societaria, ma al fatto che i prodotti siano sviluppati nel Paese, con personale e know-how italiani.

 

Notate una qualche specializzazione tra le aziende del software in Italia?

Il panorama è estremamente variegato e copre gran parte dei settori verticali: dall’agrifood alle dogane, dai commercialisti al metalmeccanico e al manifatturiero. In ambito italiano non mancano alcuni campioni nazionali, come Zucchetti e TeamSystem, realtà di dimensioni significative con una gamma di prodotti molto ampia. Accanto a questi operano piccole e medie imprese, spesso focalizzate su un unico applicativo verticale, sviluppato per uno specifico settore, dall’autotrasporto al tessile, con un elevato grado di specializzazione e personalizzazione sulle esigenze del cliente. Si tratta di una capacità tipicamente italiana: la propensione a costruire soluzioni su misura, esattamente come accade con la sartoria d’eccellenza.

 

Dalla vostra prospettiva, cosa servirebbe a questi micro-campioni per crescere ulteriormente?

Per rispondere occorre partire da un altro aspetto, ossia dallo stato della domanda di soluzioni software. Il mercato italiano è in ritardo rispetto al resto d’Europa, soprattutto a causa di un’ampia base di piccole e microimprese ancora poco predisposte, sul piano culturale, alla trasformazione digitale. A questo si aggiunge il fatto che gli incentivi dedicati al digitale continuano a privilegiare i beni materiali: è il caso dei programmi Industria 4.0, Impresa 4.0 e delle successive declinazioni Transizione 4.0 e 5.0. Anche quando il software rientra nel perimetro delle agevolazioni, deve quasi sempre essere collegato a macchinari, sensori o altre componenti hardware. I prodotti gestionali, quelli che servono alla grande maggioranza delle imprese, rischiano invece di essere esclusi. L’Italia, però, non è più un Paese a vocazione esclusivamente manifatturiera: pur mantenendo eccellenze in questo ambito, oltre il 70% del tessuto produttivo è composto da aziende dei servizi, che hanno bisogno di Erp, applicativi di gestione dei processi e software in generale, indipendentemente dalla presenza di macchinari. Sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese di questo segmento a rischiare di restare indietro: sono quelle con minori risorse finanziarie da destinare agli investimenti e con una minore predisposizione culturale al cambiamento. Serve quindi un intervento di sostegno pubblico per favorire l’adozione di questi strumenti, sul modello di quanto realizzato dalla Spagna. Il governo spagnolo ha infatti destinato una quota rilevante dei fondi del NextGenerationEU a un piano di digitalizzazione orizzontale, il “Kit Digital”, costruito dal basso e indirizzato in primo luogo alle microimprese. Il meccanismo prevede che le aziende si colleghino a un portale ministeriale per effettuare un autoassessment dei propri fabbisogni; ricevono quindi un voucher con cui rivolgersi a uno dei fornitori accreditati per acquistare beni quasi esclusivamente immateriali (software, consulenza, formazione), ottenendo uno sconto in fattura. La rendicontazione resta in carico al fornitore, che dialoga direttamente con il Ministero, trasmettendo fatture e documentazione di supporto: un’architettura speculare rispetto a quella italiana, dove l’onere amministrativo grava soprattutto sull’impresa beneficiaria. Senza contare che quello spagnolo è un meccanismo che premia la massa delle microimprese. In tre anni, secondo le stime del governo, il programma ha raggiunto quasi 800mila imprese e ha generato un avanzamento significativo della digitalizzazione, pari a circa due punti di crescita del Pil. Nonostante le indicazioni dell’Ocse e del Cnel – che nel suo recente rapporto sulla produttività ribadisce come l’Ict sia la leva principale per la crescita della produttività e quindi del Pil – l’Italia continua invece a privilegiare programmi orientati alle medie imprese e concentrati prevalentemente sulla manifattura. Un comparto certamente strategico, che avrebbe però anch’esso bisogno di Erp e software gestionali, non solo di “macchine”. A ciò si aggiunge un dato strutturale: l’Italia è l’unico Paese europeo in cui gli investimenti in beni materiali continuano a superare quelli in beni immateriali. Negli altri Paesi la curva si è invertita già prima del Covid, con un’ulteriore accelerazione successiva; in Italia, dopo una lieve crescita durante la pandemia, gli investimenti in beni immateriali sono nuovamente scivolati sotto quelli in beni materiali.

 

Quindi, dal vostro punto di vista, la principale leva di crescita e scalabilità del comparto software italiano risiede in un riequilibrio strutturale della domanda. Finché questa rimane concentrata sulle medie e grandi imprese – che si rivolgono in via prevalente ai grandi player internazionali o ai system integrator – il resto della filiera continua a dipendere dall’indotto generato da poche eccellenze, senza riuscire a ramificarsi né a costruire massa critica.

Purtroppo, anche per questo motivo lo scorso anno abbiamo deciso di uscire da Confindustria, perché non abbiamo trovato questa comprensione. Noi ci rivolgiamo a tutte le imprese, sia di Confindustria che di altre associazioni, ma vogliamo portare questo messaggio: non possiamo pensare che il Paese faccia un salto di qualità in termini di transizione digitale, e quindi di produttività, se non coinvolgiamo la massa delle piccole e microimprese. Non è pensabile farcela solamente con le imprese medio-grandi. Anche considerando tutte le Pmi, parliamo di 200mila imprese sui 4 milioni totali: come possiamo fare questo salto di qualità? Noi dobbiamo portarci dietro i quattro milioni di microimprese e questo è possibile aumentando gli investimenti a supporto del settore e quindi facendo crescere il numero di imprese del comparto, che possano dare assistenza e fare attività. Ricordiamoci che la Francia, come dicevo, ha 60mila imprese nel settore e ha lo stesso numero totale di imprese dell’Italia; la Germania, che ha meno imprese dell’Italia come numero complessivo, ne ha 40mila nel software. Noi ne abbiamo 26mila. Bisogna quindi aumentare il numero di imprese e farle crescere, e poi occorre supportare il lato della domanda con degli incentivi, perché queste microimprese hanno bisogno di un aiuto, di un meccanismo di supporto semplice, per poter fare un salto di qualità immediato.

 

Passiamo all’intelligenza artificiale: in che modo le imprese italiane del software stanno affrontando questa transizione, sia sul fronte dello sviluppo di modelli sia su quello dell’integrazione delle tecnologie esistenti all’interno dei propri applicativi?

Va detto che le nostre imprese su questo tema sono in ritardo. Lo sviluppo degli LLM, peraltro, non è una partita che le riguarda in prima persona, ma che deve giocarsi su scala europea e richiede campioni industriali e centri di ricerca dedicati. La vera occasione, per le centinaia di migliaia di aziende del comparto, sta nell’integrazione: portare gli strumenti di AI già disponibili dentro gli applicativi che le imprese utilizzano ogni giorno. La fotografia è chiara. La maggior parte delle aziende italiane non dispone delle competenze né delle risorse per costruire soluzioni proprietarie; ha bisogno di applicativi che incorporino nativamente queste funzionalità e che restituiscano valore in termini di proiezioni, analisi dei dati e supporto decisionale. Il compito ricade quindi sui produttori di software, chiamati a integrare le tecnologie nei propri prodotti e a diffonderle capillarmente. La via maestra, su questo, sono le tecnologie open source: permettono di aggirare almeno in parte il nodo della privacy e di ridurre la dipendenza da strumenti extra-europei, con i rischi di sicurezza che ne derivano. La direzione è quella di sistemi open source installati on site, incapsulati nei perimetri aziendali. Del resto, le componenti di AI realmente utili all’impresa sono circoscritte: non servono LLM universali, servono set di dati specializzati e addestrati sui processi aziendali, soluzioni che, in concreto, possono essere utilizzate senza problemi su sistemi locali.

 

E per quanto riguarda invece il tema di utilizzare l’AI nell’attività di sviluppo del software?

Su questo fronte c’è senza dubbio una bolla, che ha prodotto effetti rilevanti soprattutto sui mercati finanziari. La realtà, però, è più sfumata: gli strumenti di ausilio al coding sono pensati per gli esperti, non per gli utenti finali. Offrono un supporto crescente nella capacità di sviluppare applicazioni in modo più rapido, ma richiedono il controllo continuo di una persona competente, in grado di presidiare la dimensione tecnica della programmazione. Allo stato attuale, peraltro, non consentono di realizzare un’applicazione completa: producono solo singoli componenti, che rischiano di diventare vere e proprie “black box”. Se chi li utilizza non ha competenze di sviluppo, il rischio è che vengano generate soluzioni incongruenti e non controllabili. È il tema, ormai noto, del debito tecnico: quando occorre intervenire con una modifica, chi non ha sviluppato quei componenti non sa dove mettere le mani e perde il controllo del prodotto. A questo si sommano i profili di sicurezza, che richiedono criteri precisi già in fase di realizzazione. Si tratta dunque di strumenti molto utili, già ampiamente adottati dai nostri associati nella parte di coding. Il ciclo di vita del software non si esaurisce però nello sviluppo del codice: comprende analisi, test, documentazione, manutenzione. Per coprire l’intero perimetro non esistono ancora soluzioni mature; ci sono però supporti, sempre più efficaci, pensati per la fase di coding e da utilizzare nelle mani di personale esperto e sotto policy aziendali chiare. Una nostra recente survey sugli associati conferma un utilizzo in crescita, con incrementi di produttività che oscillano tra il 10 e il 30%. Un beneficio significativo, dunque, ma circoscritto al codice e subordinato all’expertise di chi lo gestisce: nelle mani di utenti inesperti, questi strumenti producono danni. Diverso il discorso per il vibe coding, che trova un’applicazione naturale nelle modalità di inquiry da parte dell’utente: un applicativo gestionale potrebbe integrare una finestra di vibe coding incapsulata, che consente di superare la logica delle “stampe” preconfezionate offrendo accesso a personalizzazioni in tempo reale. Alcuni prodotti stanno già lavorando in questa direzione. Parallelamente, le nostre aziende associate più strutturate stanno sviluppando una vera trasformazione dell’interfaccia utente: superare tastiera e mouse per affidarsi alla voce e, più in generale, al linguaggio naturale nel dialogo con l’applicativo. È questa la frontiera. Con l’AI generativa è già una realtà per quanto riguarda la generazione di testi e documenti; inserire il ricorso all’AI come input nativo di un applicativo gestionale è più complesso, ma la direzione è tracciata.

 


[1] Dati dell’osservatorio Software e alla Digital Native Innovation, realizzato da Osservatori Digital Innovation in collaborazione con AssoSoftware

 

Camilla Bellini
Content & Research Manager, TIG – The Innovation Group

 

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