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Open data: luci dopo le ombre

INTERVISTA di Simona Macellari, Associate Partner, The Innovation Group a Vincenzo Patruno, Project Manager – Istat

Patruno

Tu sei stato tra i primi in Italia a portare all’attenzione nazionale le tematiche relative agli Open Data.  Vero?

Si, vero! Ricordo il 20-10 2010 il primo barcamp su dati e statistica in occasione della giornata mondiale della statistica. Assieme ai colleghi e a tanti amici con cui condividiamo ancora ora idee e progetti abbiamo portato all’attenzione delle istituzioni non solo un modo nuovo di interagire con i “consumatori” di dati, ma anche tematiche nuove come gli Open Data. Con quell’evento riuscimmo addirittura ad essere citati sul sito dell’ONU. Qualche tempo dopo è stata la volta di Apps4Italy, la prima competizione italiana sui dati aperti lanciata assieme al portale nazionale dati.gov.it. In quella circostanza scrissi un pezzo dal titolo “Open Data, l’Italia s’è desta” (http://blog.okfn.org/2011/11/01/open-data-italy-has-awoken/) Qualcosa stava veramente accadendo.  Avevamo cominciato ad organizzato il primo concorso nazionale su Open Data in quattro. Quello che accadde dopo ebbe dell’incredibile. Attorno a quell’evento si riuscì a mettere per la prima volta assieme il mondo delle istituzioni, il settore privato e la ancora giovane comunità open data. Pubblica Amministrazione, imprese e società civile. Esattamente il tipo di sinergia di cui conosciamo il valore e che evochiamo ogni qualvolta parliamo di progetti per innovare il Paese. In quella circostanza intervenne addirittura il governo che ci consentì di raggiungere i 40.000 euro di montepremi.

Secondo te sono stati soldi ben spesi?

Posso solo dirti che tra i vincitori della competizione ci sono stati professionisti, startup, aziende e associazioni che sono attive ancora oggi, a distanza di ben 5 anni. Nel frattempo sono maturate e cresciute, consolidando la propria presenza e la propria reputazione nel mondo dei dati.

E cosa è successo in questi cinque anni?

Una cosa di sicuro positiva è stato senz’altro il fatto che Open Data è diventato un argomento importante che è entrato non solo nelle agende “digitali” ma anche nelle agende “reali” della pubblica amministrazione e degli enti locali. Open Data è stato percepito sin dall’inizio come qualcosa di “facile” attraverso cui fare innovazione e innovare il Paese, grazie anche al “contatto” che ha con tematiche come Open Government, Trasparenza, Accountability,  Ma…

…Ma?

Beh… non c’è dubbio che l’aspetto “immagine” abbia nettamente prevalso sulla sostanza. Le iniziative e i vari portali open data sono stati troppo spesso un’occasione per permettere alla pubblica amministrazione (ma soprattutto ai pubblici amministratori, specie se locali) di indossare il cappello degli innovatori. Ci si è preoccupati essenzialmente di pubblicare qualunque cosa si avesse sottomano per fare numero e magari dire “hey, io sul portale del comune ho più dataset di te”. Il risultato è che abbiamo una enorme quantità di dataset al momento disponibili che è di fatto inutilizzabile.

Stai parlando della qualità dei dati?

Si, anche. Non dimentichiamo che la qualità del dato è un concetto che si sviluppa su più dimensioni.  Tra tutte ne cito due: la “copertura” territoriale e l’aggiornamento del dato. Per copertura territoriale si intende la disponibilità del dato per tutto un intero territorio di riferimento. Un conto è, infatti, che un dato sia  disponibile per un singolo comune, un altro che lo stesso dato sia disponibile ad esempio per tutti i comuni della regione o addirittura per tutti i comuni d’Italia. Di fatto questo è il motivo per cui diventano strategici gli open data delle pubbliche amministrazioni centrali, che spontaneamente nascono già con una copertura nazionale. I dataset poi vanno manutenuti, vanno cioè aggiornati, e questo andrebbe fatto con una frequenza prefissata. In altre parole diventano fondamentali i processi interni alla specifica pubblica amministrazione o ente locale che rilascia i dati. Rendere stabili e strutturali i processi interni che generano un particolare dataset vuol dire accrescere l’appetibilità e il valore di quel dataset in un’ottica di riuso. Spesso quello che invece accade è che la pubblicazione del dato avviene al di fuori dei processi. Basta pertanto anche un cambio di un direttore, dell’assessore di riferimento o l’insediamento di una nuova amministrazione comunale per far crollare tutto.

E’ da poco uscita la terza edizione dell’Open Data Barometer. Qualche commento?

Ci tengo a sottolineare che hanno contribuito a questa terza edizione anche due miei amici e colleghi di Open Data. Erano guarda caso anche loro tra gli organizzatori di Apps4Italy e sono tra i papà degli Open Data in Italia. Parto dalla conclusione del rapporto: va evitato che gli open data diventino “una città fantasma di portali obsoleti, hackathon isolati e applicazioni abbandonate”. Credo realisticamente che in parte questo avverrà. Penso però che questo sia un passaggio necessario e aggiungo anche salutare per permettere l’avvio di una nuova fase degli Open Data, una fase in cui sarà necessario puntare su dataset di qualità e sulla qualità dei processi attraverso cui vengono generati. Che è quello che alla fine ci serve veramente.

Hai associato più volte le parole “innovazione” e “dati”.

I dati “veri” stanno inevitabilmente generando innovazione. E’ quella che possiamo chiamare “data-driven innovation”. Attorno ai dati, infatti, stanno nascendo nuove competenze, nuove tecnologie, nuove opportunità di impresa, nuove modalità di amministrare i territori, nuove modalità per decidere, nuove modalità di essere cittadini.  Negli ultimi tempi abbiamo però banalizzato anche l’innovazione. Abbiamo cominciato a chiamare qualunque cosa “innovazione”, anche il semplice attivismo digitale, e a narrarlo in tutti i modi possibili. Abbiamo poi chiamato “innovatore” chiunque facesse qualunque cosa che prevedesse l’utilizzo di un computer. Diciamo che siamo un Paese in cui tutti sono innovatori un po’ come tutti sono allenatori di pallone, ma che proprio per questo motivo non riesce ad innovare veramente. Serve anche in questo caso una fase nuova, alzando una volta per tutte l’asticella.  L’innovazione, come i dati, sono una cosa seria.